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Celebrate la vostra umanità
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Celebrate la vostra umanità

La band Green Day celebrava in una canzone la vita e l'amore che sarebbero possibili se gli uomini non si lasciassero sempre di nuovo arruolare per guerre assassine.

Certe canzoni si imprimono nella nostra memoria in modo così indelebile da rimanere per decenni parte della nostra vita interiore. Specialmente quando le abbiamo conosciute da giovani e da allora le abbiamo interpretate sempre di nuovo. Per l’autore di questo articolo si trattava di „Wake Me Up When September Ends“ del gruppo Green Day. La ballata rock, tanto potente quanto vulnerabile, parla della perdita di una persona amata, ma è solo il videoclip a porre questo sentimento al centro di una guerra terribile. Sono scene come devono essercene state a milioni nella lunga storia delle guerre. La preziosità della vita emerge nei versi della canzone tanto quanto la follia della violenza ordinata „dall’alto“. Un’altra canzone della band mostra come questa follia possa essere superata.

Pubblicato
31. dicembre 2022
Tempo di lettura
circa 10 min
Canzone
Wake Me Up When September Ends
Interprete
Green Day

Wake Me Up When September Ends è stata la mia prima canzone preferita. Fu trasmessa in televisione quando non avevo ancora nemmeno 10 anni. A quel tempo ascoltavo di tutto, ma la tempesta musicale che in questo brano segue la quiete, ancora e ancora – mi incantò all’istante. Nel corso degli anni, in cui scoprivo altre band e le loro canzoni, l’ho sempre tenuta stretta al mio cuore. Finché in un film, il seguito di „Tansformers“, non sentii per la prima volta 21 Guns. Mi affascinò a tal punto che più tardi mio padre fermò i titoli di coda per individuare la band che ci stava dietro. Senza accorgermene, mi ero imbattuto in un miracolo. Entrambi i brani sono nati dalla penna della band Green Day e rappresentano i loro due album migliori. Me ne resi conto solo quando la band era ormai da tempo diventata la mia formazione preferita e riscoprii improvvisamente il mio vecchio favorito su uno dei loro album. Solo anni dopo avrei scoperto cosa i brani rappresentano simbolicamente – da allora li amo ancora di più.

Svegliami quando la guerra sarà finita

Sguardi innamorati, cinguettio di uccelli, un paesaggio erboso nella luce sfolgorante del sole: il videoclip di Wake Me Up When September Ends sembra iniziare al settimo cielo. Due giovani innamorati si promettono eterna fedeltà, si baciano teneramente, si abbandonano al momento perfetto dell’estate. Il ragazzo dice:

I just want this moment right now, this day.
And my feelings for you and the way you look right now.
The way I look at you, I just want this to last forever.

Forse per alcuni il testo suona così, eppure non è kitsch ciò che attraversa queste scene. Bensì la consapevolezza di quanto sia fragile il momento. Un oscuro presentimento è in agguato sotto la promessa dei due.

La chitarra acustica entra in scena, una delicata campana pone gli accenti, e Billy Joe Armstrong alza la voce. Il frontman della band aveva scritto questa canzone per suo padre, morto quando il cantante aveva 10 anni. Solo di poco più grande di me al primo ascolto. Dopo il funerale il piccolo Billy si chiuse a chiave nella sua stanza. Quando sua madre bussò alla porta per vedere come stava il suo bambino, egli gridò: Svegliami quando settembre sarà finito. Il nome della canzone nacque dal profondo sentimento della perdita.

Una perdita che, anche molti anni dopo quell’episodio, erompe ancora dalla voce di Armstrong:

Summer has come and passed
The innocent can never last

Così come anche l’estate nel videoclip appartiene al passato, quando il giovane decide di combattere per l’esercito statunitense nella guerra in Iraq. All’epoca i militari trasmettevano a pieno ritmo pubblicità in TV. È la hybris di quegli spot pubblicitari a parlare in lui, quando rimprovera alla sua ragazza che proprio lei dovrebbe pur comprendere la sua decisione: I did this for us. This is supposed to make it easier. I thought you’d be proud of me.

La sua promessa è svanita; la lascia per la guerra. Per uccidere nemici, in realtà estranei. Perché la pubblicità ve lo ha spinto. Nel marzo del 2003 tutto ebbe inizio: senza dichiarazione di guerra né risoluzione dell’ONU, le truppe statunitensi invasero l’Iraq il giorno 20 del mese. Il loro obiettivo ufficiale, sotto l’egida di George W. Bush, era dimostrare l’esistenza di armi di distruzione di massa nel paese del presidente iracheno Saddam Hussein, nonché il suo sostegno ad al-Quaida. Ma non fu provato né l’uno né l’altro. Già nell’anno dell’invasione era evidente per gli osservatori che in questa guerra si trattasse in realtà di petrolio. L’album di questa canzone si chiama del resto American Idiot.

Per l’oro nero incombe d’ora in poi una spada di Damocle sul capo del ragazzo del video. Il secondo verso lo preannuncia. Come il cancro a cui soccombette il padre di Armstrong, la guerra divora gli innocenti.

Quanto tutto ciò sia rivolto contro l’uomo stesso, Armstrong lo esprime metaforicamente. Dagli occhi verdi del ragazzo, scintillanti come le stelle, dovevano essere sgorgate le lacrime al pari della pioggia, quando nella quiete della sua cameretta piangeva la morte di una persona amata.

Here comes the rain again
Falling from the stars
Drenched in my pain again
Becoming who we are

Così i colpi del destino ci rendono ciò che siamo. Mentre il giovane soldato in Iraq, con la sua compagnia messa all’angolo, vede cadere un commilitone dopo l’altro, si ricorda delle parole della sua amata, che nel frattempo siede assorta nei pensieri sull’erba: Just know, no matter what. You always have somebody here for you.

Come vada a finire l’amore dei due è incerto. Il video termina al culmine del confronto: patria e amore contro estraneità e guerra.

Le vittime reali della guerra in Iraq si contano a centinaia di migliaia. È impossibile rendersi conto di questa sofferenza. Chi ha perso anche una sola persona conosce il dolore sinistro che ciò può scatenare. È importante attraversare questo dolore, ma anche conservarlo nella memoria. Gli anni successivi lo rendono più lieve; non ci immunizzano però dal ricadere in un settembre tutto personale. Allora ci ricordiamo di come possiamo superarlo, di come già una volta lo abbiamo superato. Lo sa anche Armstrong, nei cui versi si cela un appello a noi, a non dimenticare:

As my memory rests
But never forgets what I lost
Wake me up when September ends

Giù le armi

La violenza delle armi, anche quando i media amano stilizzarla, anzi eroicizzarla, non è mai una soluzione per i conflitti. Da adolescente, come tanti altri, ero naturalmente comunque molto interessato a spettacoli esplosivi come i film di Transformers, sponsorizzati dall’esercito statunitense con somme enormi. È quasi ironico che proprio qui mi imbattessi in un altro deciso inno contro la guerra. Mentre risuonano le prime note di 21 Guns, Megan Fox – il crush giovanile di tutte le generazioni di fine anni Novanta – si stiracchia proprio in hot pants su una motocicletta unta d’olio. Tipico di Michael Bay, il regista che un tempo si era fatto un nome nel settore pubblicitario. Nessuna meraviglia che sapesse mettere in scena la guerra.

La canzone proviene dal concept album „21st Century Breakdown“, un’opera rock. Il suo titolo è ambiguo e si può tradurre così: Un breve resoconto del XXI secolo – sia nel senso riassuntivo sia in quello distruttivo della parola „Breakdown“. È un crollo che stiamo vivendo proprio ora sulla nostra pelle.

Perché anche in questo momento infuria la guerra, mentre scrivo queste righe. Non solo in Ucraina. Nello Yemen, in Siria, in Libia, in Mali – la lista è tormentosamente lunga. L’Occidente vi partecipa con solerzia, ha iniziato abbastanza guerre di sua iniziativa. Alla fine ogni guerra produce soprattutto una cosa: sconfitti. Così già i versi iniziali possono essere intesi come un appello alla diplomazia:

Do you know what’s worth fighting for?
When it’s not worth dying for?

Perché anche l’alternativa Armstrong la descrive in modo vivido, quando nella parte centrale della canzone si aggira attraverso il mondo interiore di una persona tormentata dalla guerra: dove la strada della vita volge al termine, subentra la perdita di controllo, i pensieri peggiori esigono il loro tributo, la ragione piega il cuore, la fede cammina su cocci di vetro e la sensazione di essere intontiti dai piedi alla testa non cessa mai – lì si è ridotti a una rovina.

Cosa può spingere gli uomini a provocare volontariamente questo stato? Si vorrebbe scagliare questa domanda in faccia a ogni signore della guerra autoproclamato – Recep Tayyip Erdoğan, Wladimir Putin, ma anche Olaf Scholz e Annalena Baerbock, che a loro volta vogliono condurre una guerra fino all’ultimo ucraino, per loro stessa ammissione non si curano dei propri elettori e con sanzioni senza precedenti mettono in gioco il benessere della propria popolazione:

„Does the pain weigh out the pride?“ – Quando il dolore supera l’orgoglio?

Madeleine Albright, Segretaria di Stato statunitense durante l’amministrazione Clinton, ha in ogni caso trovato la propria risposta a questa domanda. Il gabinetto di cui faceva parte aveva imposto all’Iraq, nel corso delle guerre del Golfo dei primi anni Novanta, sanzioni così pesanti da costare la vita, secondo le Nazioni Unite (ONU), a centinaia di migliaia di bambini iracheni. Se ne fosse valsa la pena, alla politica fu chiesto nel 1996 in un’intervista. Ella rispose di sì.

Un’ironia della sorte che il presidente Bush, durante un discorso sulla guerra in Ucraina proprio in quest’anno, si sia lasciato andare a un simile lapsus cinico, che probabilmente è quanto di più vicino a una confessione:

The decision of one man to launch a wholly unjustified and brutal invasion of Iraq – I mean, of the Ukraine … Iraq, too. Anyway …

Freud manda i suoi saluti.

Verso l’umanità

Nel frattempo 21 Guns risuona di nuovo. Ho la canzone in riproduzione continua. E il ritornello, forte tanto nel contenuto quanto nella musica, mi dà forza. Fa riferimento all’usanza di sparare 21 colpi di fucile durante la cerimonia funebre di un soldato:

One, twenty-one guns

Uno perde la vita, ma i 21 colpi non lo riportano indietro. Che strana usanza è mai questa, congedare con altri colpi qualcuno che probabilmente è morto proprio a causa di colpi? E con una bandiera sopra la bara. In uniforme. Ai miei occhi è più kitsch di qualsiasi scena d’amore che possa mai finire in un videoclip. Eppure il ritornello contiene per così dire la ricetta per distogliere i miei pensieri da questa immagine. È il messaggio centrale della canzone:

Lay down your arms and give up the fight
Throw up your arms into the sky
You and I

Lo si vorrebbe gridare a tutti i soldati di questo mondo, a quelli nello Yemen, in Ucraina, nel Nagorno-Karabakh e ovunque altrove:

Ascolta & Guarda

Pubblicato per la prima volta su Manova www.manova.news/artikel/feiert-eure-menschlichkeit