Friedensnoten
IT
Il desiderio di pace
All’indice

Il desiderio di pace

La canzone „Peace“ di Ajeet Kaur non canta soltanto della pace, è anche capace di portare le persone in uno stato di serenità.

„Lascia che ci sia pace!“ Questo brano, che si compone di poche parole soltanto, suona come una preghiera. L’artista Ajeet Kaur riesce a trapiantare questo desiderio con suoni delicati nei cuori di chi l’ascolta. Compone e scrive versi a partire da un atteggiamento spirituale verso il mondo. Ciò a cui si allude non è anzitutto la rinuncia agli atti di guerra, bensì una quieta disposizione d’animo pacifica dentro di noi stessi. Ma la pace esteriore scaturisce da quella interiore. Proprio in un’epoca in cui la politica sembra tentare deliberatamente di turbarci, l’armonia nell’anima è un rimedio importante.

L’autrice di questa presentazione della canzone ha vissuto l’effetto rasserenante di „Peace“ in un incontro del tutto personale.

Pubblicato
8. ottobre 2022
Tempo di lettura
circa 5 min
Canzone
Peace
Interprete
Ajeet Kaur

Il mio appartamento a Colonia dà su un grande parcheggio. Una parte di esso è il retro di un supermercato. Lì ci sono anche i bidoni della spazzatura, in cui vengono gettati gli alimenti andati a male e quelli non ancora andati a male ma con la data di scadenza superata. Due anni e mezzo fa vedevo regolarmente al mattino persone che frugavano nei bidoni. Per lo più due. A volte tre. Oggi, quando mi alzo presto e scosto le tende nella mia camera da letto, vedo in fondo alla piazza sette o otto persone che cercano cibo.

Uno o due si arrampicano nei container e porgono gli alimenti con lunghe braccia agli altri, che stanno intorno e aspettano. Pace. Sì. Pace interiore. In Bhutan esiste il diritto alla felicità, l’indice: la felicità interna lorda. Nel 2017 il Partito Pirata la reclamò anche per la Germania. Nel buddismo si dice: dai poveri e dai senzatetto si riconosce lo stato di salute di una società.

Quando al mattino guardo dalla mia finestra e osservo il cortile, vedo quanto sia malata la nostra società. E come negli ultimi due anni e mezzo si sia passati da due o tre a otto persone che frugano tra i rifiuti.

Il numero di persone che semplicemente giacciono per le strade, non più nemmeno senzatetto che siedono accanto a un cartello e chiedono soldi, no, che semplicemente giacciono immobili in pieno giorno nelle principali vie dello shopping, è esploso. Ho cominciato a fotografare il fenomeno e ho fissato in cima un post sulla mia pagina Facebook. L’immagine deve diventare visibile, penso. Eppure molti chiudono gli occhi. Ma cosa si può fare, del resto?

Un pomeriggio d’estate sento urla aggressive nel parcheggio dietro casa mia. Un uomo, non molto attento al proprio aspetto esteriore, ma nemmeno vistosamente trascurato, siede su una scalinata di pietra davanti a una serranda metallica e urla aggressivamente – ora per conto suo, ora contro i passanti e i residenti che passano. Accanto a lui c’è il suo zaino, davanti a lui una bottiglia di birra. Tra le dita tiene cartine e tabacco e si arrotola una sigaretta. È uno dei tanti che, ai margini della società, trascorrono la maggior parte del tempo per strada. „Ma è una merda! Ma smettetela! Smettila! Merda!“ Non c’è alcun motivo visibile per la sua aggressività, nemmeno da parte dei passanti. È semplicemente sconvolto dentro.

Siedo alla mia postazione di lavoro davanti alla finestra. Il laptop è aperto. Cerco la canzone „Peace“ di Ajeet Kaur. Poi premo „Play“ e collego il computer alla cassa musicale, così che venga riprodotta ad alto volume. Mi alzo e apro la finestra. Il cortile fa da cassa di risonanza. So che la musica risuona fin da lui. Dalla mia finestra osservo se c’è una reazione. Sì, l’uomo si calma. Mentre la canzone suona, sta in silenzio e non urla più e si arrotola con calma la sua sigaretta. Arriva persino un altro uomo dalla direzione dei bidoni, si mettono a parlare, non sento di cosa, poi quello seduto sulla scalinata fruga nel suo zaino e dà all’altro uomo una birra.

Sono diventata sensibile in questi ultimi due anni verso l'odio, il rancore e l'aggressività. E la mia impressione è che la maggioranza nel nostro Paese impaurito, angusto e diviso abbia il desiderio di legame e di pace interiore.

Nessuna paura. Nessun panico. Non doversi più fare preoccupazioni. Certo, ci sono alcuni che vogliono il tumulto e che provocano. Ma indipendentemente dall’orientamento politico, credo che ciò che è accaduto negli ultimi anni in Germania scuota l’intero Paese.

Nella mia pièce teatrale „Geistige Gefangenschaft” scrivo:

„Non è più il Paese che conosco. Non è più il Paese in cui sono cresciuta. È diventato un Paese estraneo.

Non so perché volessi far ascoltare la canzone all’uomo nel cortile. Perché pensassi di poter creare e donare pace per un momento. Forse era solo la mia commozione di fronte alle sue urla aggressive. Forse il pensiero: „Cool down, my friend. Va tutto bene.“

Non lo saprò mai con esattezza. E forse era semplicemente solo un tentativo …

Ma è proprio questa la vita. Ogni giorno, tentare …

La nostra società, in ogni caso, è malata. Nello spirito, nell’anima, nella morale. Ci siamo perduti, scissi, siamo ricaduti nell’odio e nell’istigazione. Avremmo tutti di nuovo bisogno di un po’ più di pace interiore. I deputati del Bundestag in particolare. E dovremmo tutti, nel profondo, tornare a sentirci di più.

Cosa vogliamo davvero?

Sono contenta, guardandomi allo specchio, di riconoscere: odio, istigazione, accodarsi e obbedire mi sono per fortuna rimasti estranei in questi ultimi due anni e mezzo. Non ho partecipato.

E trovo che, se ci poniamo onestamente la domanda sullo stato di salute della nostra società, queste parole di Jiddu Krishnamurti siano al momento la descrizione più azzeccata:

Non è segno di salute mentale essere ben adattati a una società profondamente malata.

Ascolta & Guarda

Pubblicato per la prima volta su Manova www.manova.news/artikel/der-wunsch-nach-frieden