
Il monumento musicale
La canzone „Working Class Hero“ di John Lennon è una dichiarazione di guerra musicale contro un sistema economico che deforma le persone — doveva forse morire per questo?
La storia e l’azione tuttora perdurante dei Beatles è come le strisce pedonali di Abbey Road — un alternarsi di luce e oscurità. I Beatles generarono un’eco musicale che risuona ancora oggi. I quattro „lads“ britannici con il taglio a scodella diventarono negli anni Sessanta star mondiali che svolsero un lavoro pionieristico nella storia della musica pop. La storia della band, traboccante di successo, prima e dopo la sua esistenza non era e non è priva di lati oscuri.
Dopo il 1967 sembrò che Paul McCartney non fosse più lo stesso, come se fosse stato sostituito. Inoltre, all’interno e nell’entourage dei Beatles si verificarono morti misteriose e tentati omicidi. John Lennon è tra i membri della band morti prematuramente per una morte violenta, lasciando però qualcosa di immortale. Lennon irradiava uno spirito del vero, del buono e del bello. I suoi testi e le sue parole nelle interviste diedero a un vasto pubblico l’idea che il mondo potesse essere anche del tutto diverso, più bello e più umano. Ed è proprio questo che insegnò la paura al sistema delle élite angloamericane.
La voce dell’ex cantante dei Beatles inflisse gravi crepe alle catene del sistema. Che la sua morte fosse conforme agli interessi del sistema appare dunque plausibile. Di conseguenza, innumerevoli domande aperte, strane coincidenze e circostanze misteriose avvolgono il suo assassinio nel 1980. Ma per quanto rapidamente si spensero gli spari mortali, altrettanto infinitamente a lungo risuonano le note di Lennon. Una delle sue opere più monumentali è senza dubbio „Working Class Hero“. La canzone, molto facilmente adattabile dal punto di vista musicale e lirico, trovò di conseguenza una diffusione gigantesca — in fondo, quasi chiunque, preso nella ruota per criceti del sistema, può riconoscervisi.
John Winston Lennon era in anticipo sui suoi tempi. E sulla sua band. Almeno per quanto riguarda le sue vedute e concezioni politiche e filosofiche. Il musicista originario di Liverpool fu fondatore e leader ufficiale del gruppo rock di maggior successo nella storia della musica, The Beatles, anche se nella fase tarda di quella formazione congeniale spesso il suo amico d’infanzia Paul McCartney era in primo piano, sia sul piano musicale sia mediatico.
Il primo singolo dei Beatles, „Love Me Do“, uscì nel 1962. Dopo che la band ebbe stabilito una moltitudine di record assoluti tuttora validi – e continua a stabilirne, come nel 2018, con il più lungo intervallo di tempo tra due identici piazzamenti al numero uno –, le strade dei quattro artisti si separarono già nel 1970. Otto anni bastarono per cambiare il mondo. Si dice che i quattro „Lads“ (in italiano: ragazzi) abbiano venduto finora circa un miliardo di supporti sonori. La voglia di sperimentare e la forza innovativa della band fecero sì che la loro opera riecheggi fino ai giorni nostri. E le canzoni, anche dopo 60 anni, suonano ancora sorprendentemente „fresh“.
Anche sul piano tecnico i musicisti d’eccezione – supportati dai tecnici del suono degli Abbey Road Studios di Londra (un tempo EMI Studios) – batterono nuove strade a ogni pubblicazione. Inoltre ridefinirono il rapporto tra artisti, case discografiche e produttori, consegnarono il primo autentico concept album della storia del pop e nello studio inventarono, quasi per inciso, la DI-Box (Direct Injection, iniezione diretta), con cui le chitarre elettriche potevano ora essere collegate direttamente ai mixer. Una rivoluzione. Furono la prima band a stampare i testi delle canzoni sui propri album, tennero i primi concerti negli stadi, registrarono il primo brano hard rock della storia („Helter Skelter“), furono, insieme a grandi come Pablo Picasso o Maria Callas, gli headliner della prima trasmissione televisiva diffusa in diretta via satellite in tutto il mondo e, con i loro film musicali, gettarono le basi del formato „videoclip“ così come lo conosciamo oggi. Anche il primo successo in classifica dei Rolling Stones porta la firma di Lennon e McCartney. La rivista musicale Rolling Stone assegnò così ai Beatles, a ragione, nel 2004 il primo posto tra i 100 più grandi musicisti di tutti i tempi.
Dopo l’ultimo album realizzato insieme, „Abbey Road“ – che nella discografia figura sì prima di „Let It Be“, ma fu registrato dopo, poiché „Let It Be“ è l’unico album dei Beatles a non essere stato prodotto da George Martin a Londra, bensì da Phil Spector negli USA, e per questo arrivò più tardi sul mercato –, la band si sciolse a causa delle più svariate divergenze. Artistiche, organizzative, private: ci si era allontanati l’uno dall’altro, le energie si erano esaurite. Fama e denaro esigevano un ulteriore tributo.
Questa la versione ufficiale. Perché il successo astronomico dei quattro bardi di Liverpool sembrava attrarre e scatenare anche forze oscure. Così ancora oggi una moltitudine di fan e nerd come Mike Williams si occupa dei numerosi enigmi che da sempre conferiscono alla band un’aura misteriosa. Dal presunto scambio di Paul McCartney con un sosia, perché il vero Beatle sarebbe morto in un incidente d’auto nel 1967, fino all’immagine di Aleister Crowley, il controverso occultista, e ad altre stranezze sulla copertina di „Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band“. Attorno alla storia dei quattro di Liverpool dal caschetto si intreccia una moltitudine di miti.
Per esempio le voci circolanti fin dagli anni Sessanta secondo cui il Tavistock Institute, un istituto britannico di ingegneria sociale, avrebbe sfruttato la band per spingere il movimento Flower Power, così da porre le fondamenta della società frammentata ed egocentrica dell’era dei media. Possibile. Perché, come oggi si deve ammettere, gli sforzi rivoluzionari dei figli dei fiori delle „Swinging Sixties“ si arenarono in gran parte nei salotti di una borghesia benestante. La responsabilità di salvare il pianeta, questa l’ha delegata, con la fine della propria adolescenza, a organizzazioni non governative (ONG), partiti di sinistra e qualche attivista di spicco. La pace nel mondo, tuttavia, la si attende ancora invano.
Anche i dubbi sulla versione ufficiale della morte prematura di Brian Epstein, il manager omosessuale dei Beatles, persistono ostinatamente. Sarebbe morto il 27 agosto 1967 per un cocktail di droghe. Altre voci sostengono che sia stato eliminato o che si sia tolto la vita perché infelicemente innamorato di John Lennon e da questi respinto. Oppure perché ai piani alti ci si adoperava per insabbiare le scappatelle sessuali dei due. Allo stesso modo restano tuttora aperte questioni riguardanti l’inverosimile complessità musicale di più di una composizione dei Beatles. Secondo il parere di non pochi esperti, i „Fab Four“, digiuni di teoria musicale, difficilmente avrebbero potuto realizzarla da soli. Sir George Martin, il produttore dei Beatles, aveva invece goduto di una formazione musicale classica. È noto che in brani come „Yesterday“ o „Eleanor Rigby“ fu responsabile degli arrangiamenti d’archi e diede più volte suggerimenti e spunti ai giovani musicisti. Non è chiaro se, oltre a lui, vi furono persone che esercitarono un influsso significativo sulle composizioni.
Anche una moltitudine di decessi sospetti nell’ambiente della band resta a tutt’oggi irrisolta. In primo luogo quello di Mal Evans, per molti anni road manager e „factotum“ dei Beatles, accanto a Neil Aspinall probabilmente la persona più vicina alla band nel corso di tutti quegli anni. Un amico. Nel 1976 a Los Angeles fu ucciso dalla polizia americana con sei proiettili. A quanto pare perché aprì la porta del suo motel tenendo in mano un’arma. Come poi emerse, si trattava però soltanto di un fucile giocattolo, che era posato sul tavolo della stanza. Per giunta Mal Evans era considerato una persona posata, affidabile e affettuosa – Paul McCartney lo chiamava un „bonario orsacchiotto“. Eppure alle esequie di Mal non presenziò un solo Beatle.
Curioso: Evans aveva con sé un manoscritto. E una valigia piena di documenti con informazioni intime sul suo periodo con i Beatles. L’indomani intendeva discuterne con il suo editore Grosset & Dunlap, che avrebbe dovuto aiutarlo anche nella pubblicazione di un libro-verità. Tanto il manoscritto quanto la valigia con le carte risultano scomparsi sin dalla visita letale del LAPD (Los Angeles Police Department). L’ex roadie dei Beatles venne cremato sul posto a LA e poi rispedito in Inghilterra sotto forma di urna – che dapprima andò perduta nella posta.
Dubbie anche le circostanze dell’aggressione quasi mortale a George Harrison nel dicembre 1999. Alle 3:30 del mattino l’aggressore, Michael Abraham, penetrò in Friar Park, la tenuta degli Harrison. George, ormai sveglio, affrontò l’intruso. Il tentativo di cogliere di sorpresa Abraham per strappargli il coltello fallì però. Al che questi colpì più volte l’ex Beatle. Subito dopo si avventò anche sulla moglie di Harrison. Lei tuttavia riuscì a divincolarsi e a nascondersi. Dopo 15 minuti la polizia giunse sul luogo dei fatti e arrestò l’aggressore. Come movente costui dichiarò, analogamente a Mark David Chapman, l’assassino di John Lennon, di aver udito voci nella testa che lo spingevano all’attacco. Harrison vi sopravvisse. Gravemente ferito.
Come Mark David Chapman, anche Michael Abraham era una personalità instabile, soffriva di problemi psichici nel periodo precedente al fatto, faceva uso di droghe e aveva avuto ripetuti contatti con le autorità inquirenti. Dopo appena 19 mesi di ricovero in una clinica psichiatrica, dal 2002 Abraham è di nuovo a piede libero. Merita di essere sottolineato il fatto che l’attacco con il coltello a Harrison avvenne appena 24 ore dopo un colloquio tra George e Ringo Starr, il batterista dei Beatles, nel corso del quale Harrison avrebbe fatto intendere di voler porre fine alla segretezza riguardante i Beatles, soprattutto alle voci intorno a Paul, e di voler rendere pubblica la verità. Sull’argomento George Harrison non si espresse mai più in seguito.
Questo è naturalmente acqua al mulino di quei fan dei Beatles che ritengono Paul McCartney un sosia. Un „Faul“. E per quanto assurda possa apparire una simile teoria, esistono in effetti indizi che spostano lo scenario quantomeno nell’ambito del possibile. Così, ad esempio, il fatto che McCartney, durante una visita in Giappone nel 1980, trascorse ben nove giorni nel carcere locale per reati di droga. E questo non perché all’ingresso avesse un sacchetto di marijuana nel bagaglio, ma perché le autorità giapponesi non riuscirono a verificare le impronte digitali della leggenda della musica. Esse differivano da quelle che McCartney aveva rilasciato negli anni Sessanta, quando con i Beatles girò in tournée per il Giappone ed ebbe anch’egli contatti con la polizia. Solo l’intervento del governo britannico fece sì che McCartney potesse lasciare di nuovo il Giappone il 25 gennaio 1980. Senza conseguenze legali, nonostante la quantità non trascurabile di erba nel bagaglio, per la quale in Giappone i comuni mortali trascorrono tranquillamente sette anni dietro le sbarre. Fino a qualche anno fa si trovava ancora in rete, su questo episodio, l’articolo informativo di un quotidiano di Tokyo. Nel frattempo, però, è stato cancellato.
In questo contesto lasciano perplessi anche i risultati di forensi italiani, pubblicati nel 2009 su Wired Magazine. Dati biometrici e l’analisi scientifica di fotografie di periodi diversi indussero i due ricercatori a constatare che vi furono almeno due persone che, nel corso del tempo, si presentarono come Paul McCartney. A risultati simili giunse uno studio dell’Università di Napoli (Italia) del 2019, che constatò una netta differenza nello stile di Paul McCartney tra le fasi creative precedenti e successive all’album „Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band“ – il periodo in cui il sosia avrebbe assunto la regia.
Altrettanto sconcertante appare la vicenda relativa a una causa di paternità pendente in Germania contro „Macca“. Ne diede notizia SPIEGEL International il 21 maggio 2007. Così pure la FAZ e il quotidiano inglese The Telegraph. L’accusa era che Paul McCartney negasse la paternità di un figlio concepito illegittimamente ad Amburgo all’inizio degli anni Sessanta. Inoltre, nel primo processo in merito, svoltosi già negli anni Ottanta e concluso a favore di McCartney, egli avrebbe fornito campioni di DNA falsi. La firma sui relativi documenti proverrebbe infatti, secondo più recenti risultati d’indagine, da un destrimane – mentre Paul, com’è noto, scrive e suona la chitarra con la mano sinistra.
Alla BILD-Zeitung la querelante, allora quarantaseienne, dichiarò inoltre che nel 1966 Paul aveva fatto pervenire a sua madre un pagamento una tantum di 30.000 marchi tedeschi a titolo di compenso e di denaro per il silenzio – e che in seguito, per molti anni, le aveva versato 200 marchi tedeschi al mese come assegno alimentare. La procura avviò le indagini. Il procedimento fu però archiviato nel 2007. Poiché, anche se il reato fosse effettivamente avvenuto, secondo il portavoce della giustizia Michael Grundwald esso sarebbe nel frattempo caduto in prescrizione.
Sorge la domanda del perché la madre abbia intentato una causa di paternità, se doveva presumere che nell’ambito dell’assunzione delle prove sarebbe stato eseguito un test del DNA, dal quale si sarebbe potuto stabilire senza alcun dubbio se dicesse la verità – qualora questo non fosse il caso. Lo stesso vale per la nuova causa intentata dalla figlia. Partendo da questa premessa, si deve in realtà presumere che le due donne ritenessero seriamente di poter far decidere le cause in ultima istanza a proprio favore, perché il „vero“ Paul avrebbe dovuto far analizzare il proprio patrimonio genetico. Di conseguenza, il campione di DNA di McCartney degli anni Ottanta, non coincidente con quello della discendenza contesa, era effettivamente „fake“, non proveniva dunque quantomeno da quel Paul con cui l’amburghese era stata intima tra il 1959 e il 1962, oppure semplicemente non si tratta della stessa persona. Oppure la querelante non era nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali quando si rivolse alla procura.
Interessante sarebbe anche sapere di che cosa parlasse Heather Mills, ex moglie di Paul McCartney, in diretta alla televisione statunitense, quando raccontò di „verità al di là dell’immaginabile“ riguardo al suo ex marito. Verità così „scioccanti da non poter essere sopportate dal mondo“. Mills riferì inoltre di aver depositato presso terzi documenti e prove in tal senso, per proteggere se stessa e la propria famiglia da Paul e dal suo entourage. Precisa inoltre con enfasi che tali verità non riguardano relazioni extraconiugali o simili consueti scandali da rockstar. Il che, naturalmente, suscita curiosità.
Storie di questo tipo se ne trovano in abbondanza, se si ripercorre la storia ultrasessantennale della band di maggior successo di tutti i tempi. E continuano tuttora a uscire nuovi libri e documentari sull’argomento. Da ultimo, ad esempio, Faul – The Musical o l’ominosa serie di libri The Memoirs of Billy Shears, scritta dall’altrettanto ominoso autore Thomas E. Uharriet, che per il resto sembra occuparsi principalmente del tema dell’haiku. Come sia arrivato, anni fa, a calarsi nel ruolo del sosia di Paul – o, ammesso che questo esista, come sia riuscito a procurarsi le sue informazioni segrete –, resta nell’oscurità. Su Wikipedia esiste addirittura un apposito forum di discussione dedicato al complesso tematico „Paul is dead“. Ma nemmeno questo ha finora potuto fornire certezze.
Così il dubbioso fan dei Beatles dovrà probabilmente continuare a convivere con l’assillante incertezza se sia il vero Paul McCartney a girare instancabilmente il mondo in tournée – oppure se non siano forse, molto quotati tra i „Paul-is-dead-Nerds“, Vivian Stanshell, William Campbell, Phil Ackrill di „Danny Laine and The Diplomats“ o Bill Shepherd, frontman della band „Billy Pepper & The Pepperpots alias Billy Shears, a impersonare il Beatle dal 1967. Come i candidati citati riescano o siano riusciti a condurre parallelamente la propria vita accanto all’impersonificazione dell’indaffarato Beatle, le relative teorie purtroppo lo lasciano aperto.
Certe cose, però, forse non le si vuole nemmeno approfondire più a fondo – ma ci si accontenta, come nel caso presente, per una volta semplicemente dell’illusione scintillante, del risultato finale, dell’arte. Poiché la qualità senza tempo della musica non soffre a tutt’oggi in alcun modo delle macchie potenzialmente oscure nella storia della band o delle presunte manipolazioni provenienti dallo sfondo del deep state.
La vita è ciò che accade mentre si fanno progetti.
Dopo lo scioglimento dei Beatles fu comunque Paul McCartney il primo ex componente della band a pubblicare il proprio album solista omonimo. Vi aveva già lavorato durante le registrazioni di „Abbey Road“, cosa che all’epoca provocò ulteriori tensioni negli equilibri del gruppo. Anche John, in verità, aveva già lavorato a nuova musica nel 1968 e nel 1969 insieme alla moglie Yoko Ono, cominciando così a prendere le distanze dalla sua band, ma mise sul mercato il primo disco solista soltanto dopo l’ultimo album dei Beatles e dopo McCartney. Titolo del disco: „John Lennon/Plastik Ono Band“, celebrato da molti critici come il più sincero disco rock di tutti i tempi.
Dopo anni di stress da tournée, di Beatlemania e di innumerevoli brutte esperienze con i lati oscuri dell’industria musicale, a un certo punto Lennon non aveva più voglia di pubblicità inscenata, cura dell’immagine, appuntamenti e marketing. Era in cerca: di se stesso, del senso della vita e della verità.
Così, già nel debutto solista di John, compare il grandioso brano Working Class Hero – probabilmente la migliore canzone politica – o il miglior testo politico – di tutti i tempi. Almeno dal punto di vista dell’autore. Per questa affermazione decisa esistono diversi motivi: da un lato il brano è musicalmente molto semplice e quindi facile da imparare anche per i principianti della chitarra. La sequenza di accordi è composta principalmente da La minore e Sol maggiore e passa al Re maggiore soltanto per una riga del ritornello. Così la canzone ha maggiori possibilità di diffondersi rapidamente. Inoltre anche il canto è poco complesso e invita a cantare insieme. Dopo qualche ripetizione si è in grado di ripetere i versi a memoria. Anche senza accompagnamento musicale. Dall’altro lato – e questo è molto più importante – il testo è interpretabile in modo universale. Per ogni essere umano di questo mondo.
Ossia: chiunque viva in una società segnata dal capitalismo si ritroverà, a modo suo del tutto personale, in „Working Class Hero“. E ciò non soltanto in una singola riga, in quell’unica metafora straordinaria o in una parola chiave a sé stante, bensì nell’intero testo, che in modo esemplare e aperto all’interpretazione ripercorre il cammino di vita di una persona della classe operaia nel sistema neofeudale e corrotto del nostro tempo. Dalla nascita fino all’apice della carriera. Ogni riga suscita immediatamente un’immagine nella mente, richiama e riporta alla memoria ricordi d’infanzia. È questo che rende così potenti i versi scritti da John Lennon alla fine del 1970, così travolgenti le emozioni suscitate dal brano.
Non hai bisogno di nessuno che ti dica chi o cosa sei. Sei ciò che sei!
Automaticamente l’ascoltatore proietta il proprio percorso di vita, esperienze soggettive, ricordi personali e sentimenti dimenticati nei versi recitati con voce pacata dall’ex Beatle. John Lennon conduce chi ascolta in un viaggio attraverso il proprio passato. Intende quello dell’adolescente di Liverpool, cresciuto presso la zia – e allo stesso modo quello dell’ascoltatore. Egli smaschera il sistema scolastico come indottrinamento. Poi il mondo del lavoro come una moderna servitù della gleba. E distilla queste informazioni in una manciata di sillabe. Questa è arte elevata. Scrivere testi complessi e cerebrali è, in confronto, semplice. Dietro la semplicità, la memorabilità e l’universale adattabilità di una canzone, al di là della propria realtà di vita, del proprio ambito culturale e della propria epoca, si cela il sentiero verso il capolavoro.
E per giunta, più che mai, trastullo di un’incapacitazione e di una disumanizzazione insite nel sistema, di processi di espropriazione, di lotte di potere ideologiche e di interessi egemonici militar-industriali imposti con la forza. Queste tendenze fascistoidi – che seguono in modo quasi lineare la distopia “1984” di George Orwell – erano per Lennon evidentemente già chiaramente prevedibili negli anni Settanta, come attestano diverse interviste rilasciate dal musicista e attivista per la pace in quel periodo. Già allora il Beatle politicizzato criticava le perfide manovre geopolitiche dei blocchi di potere dominanti: Stati Uniti, Russia e Cina. Inoltre, per il musicista di Liverpool era assolutamente chiaro che il monopolio della violenza del mafioso sistema-Stato non può essere superato con la violenza. Che la resistenza e la rivoluzione hanno possibilità di riuscita soltanto se la protesta si fa strada per vie pacifiche.
Quando si arriva al punto di dover ricorrere alla violenza, si sta giocando al gioco del sistema. L'establishment ti provocherà, (…) per spingerti a combattere. Perché, una volta che ti hanno reso violento, sanno come trattarti. L'unica cosa che non sanno gestire sono la nonviolenza e l'umorismo.
Così, per le sue campagne, puntò su slogan come „Give Peace a Chance“ o „War Is Over If You Want It“, su „Bed-ins for Peace“ ad alto impatto sul pubblico insieme a Yoko, sulla libertà artistica e sull’umorismo – soprattutto nel confronto con le oscure potenze dello Stato profondo, che dal canto loro fecero di tutto per cacciare al più presto Lennon dagli Stati Uniti, che egli aveva eletto a patria d’adozione dopo lo scioglimento della sua prima band. „Working Class Hero“ diede del filo da torcere all’establishment statunitense fin dall’inizio del soggiorno americano di Lennon nel 1971, benché la canzone fosse già stata pubblicata un anno prima. Senatori e funzionari si lamentarono del linguaggio scurrile e del tono sovversivo e antistatale del brano. Le stazioni radiofoniche lo trasmisero comunque, salvo poche eccezioni che aderirono all’appello statale al boicottaggio.
Appena quattro mesi dopo „Working Class Hero“, nel marzo 1971, uscì il singolo di John „Power to the People“. Seguito a stretto giro dal suo inno alla pace più celebre – „Imagine“ – nell’ottobre 1971. Con ciò la direzione dei contenuti era chiara. E l’ex Beatle era ormai in disgrazia presso l’establishment statunitense. Le autorità americane non lasciarono nulla di intentato per silurare la domanda di naturalizzazione del musicista britannico. Nel frattempo „Imagine“ divenne la canzone di maggior successo della sua carriera solista. Oltre 200 artisti l’hanno reinterpretata fino a oggi. Il brano figura tra le 100 canzoni più trasmesse di tutti i tempi e, nella lista delle Canzoni del secolo della „Recording Industry Association of America“ (RIAA), è stato votato al 30º posto. Il messaggio di John Lennon non era più fermabile.
„Le idee non hanno bisogno di armi, quando riescono a convincere le grandi masse“ (Fidel Castro).
Dopo la pubblicazione del suo grande singolo di successo, a John Lennon restavano soltanto nove anni di vita. Nella prima metà di quel periodo bevve molto, fece uso di droghe e non sapeva bene che fare di sé. Dal 1975 al 1980 si occupò principalmente di suo figlio Sean, l’unico figlio avuto con Yoko. Interpellato su che cosa avesse fatto dalla metà degli anni Settanta, rispose in un’intervista: „Ho cotto il pane e badato al bambino.“ E proprio quando, ispirato da una tempestosa uscita in barca a vela in direzione delle Bermuda, aveva ripreso a lavorare a nuove canzoni, la sua storia era destinata a trovare una fine tanto improvvisa quanto drammatica. Presumibilmente il suo pacifismo capace di mobilitare le masse e la fragorosa critica alla guerra del Vietnam gli furono infine fatali. L’8 dicembre 1980, verso le undici di sera, Lennon, allora quarantenne, fu ucciso a colpi d’arma da fuoco davanti all’ingresso del Dakota Building di New York. Da Mark David Chapman, un isolato squilibrato, secondo la versione ufficiale.
Dopo la cremazione di Lennon, Yoko Ono ne disperse le ceneri nel vicino Central Park. Nel punto in questione si trova oggi l’Imagine-Memorial, costantemente ricoperto di fiori, lettere e oggetti devozionali. Il suo assassino, invece, è vivo. E a intervalli regolari presenta istanze di scarcerazione. Nel 2020 la sua undicesima richiesta di libertà condizionale è stata respinta. La prossima udienza si terrà nell’agosto 2022. Presumibilmente con un esito analogo. Poiché Yoko Ono ogni due anni presenta opposizione all’istanza.
L’opinione prevalente sul movente di Chapman era ed è che egli abbia sparato per diventare celebre – come killer di una celebrità. Questo argomento, però, alla luce della confessione di Chapman non è davvero fondato. Se infatti avesse cercato pubblicità, avrebbe seguito il consiglio del suo avvocato e affrontato il processo penale, che avrebbe presumibilmente destato scalpore in tutto il mondo. Copertura televisiva in prima serata inclusa. A causa della sua immediata ammissione di colpa non si tenne però alcun processo spettacolo. Chapman finì direttamente in carcere. Anche riguardo a interviste e altre occasioni per ottenere attenzione, si tenne generalmente in disparte.
Durante un’intervista televisiva con Larry King nel 1992, dodici anni dopo l’omicidio, Chapman tentò di descrivere i suoi moventi, di circoscrivere l’innesco del delitto. Le sue spiegazioni non apparivano logiche. Le ragioni del suo agire rimasero indistinte. Sorse l’impressione che egli stesso fosse ancora in cerca di risposte. O che non raccontasse tutta la storia – forse che non potesse raccontarla. E per questo non deve nemmeno mentire, come rivelano le ricerche dello scrittore statunitense Phil Strongman sul caso Mark David Chapman.
Nel suo libro „John Lennon: Life, Times and Assassination“, pubblicato nel 2010, egli esamina le evidenti contraddizioni relative allo svolgimento del delitto, il nebuloso passato del presunto autore isolato, il suo quadro motivazionale e soprattutto le sconcertanti negligenze delle autorità statunitensi durante le indagini sull’attentato. Strongman mette a fuoco esattamente quelle domande che l’FBI avrebbe dovuto porre, se gli USA fossero stati davvero interessati a fare luce sul crimine violento, ma che invece si guardò bene dal sollevare.
Per esempio: chi è Chapman, il „nessuno“, come egli stesso si definisce, proveniente da un paesino sperduto della Georgia? Perché viene comunemente presentato come un fanatico di Lennon e dei Beatles? Nel suo appartamento non fu trovato un solo disco, né un libro, né un ritaglio di giornale o altro materiale sui Beatles. Che cosa spinse Chapman, nei giorni precedenti l’omicidio, a volare dalla sua residenza alle Hawaii fino a New York – e che cosa fece durante lo scalo inutile e taciuto all’aeroporto di Chicago? Perché Chapman viveva addirittura alle Hawaii, nelle vicinanze di un campo di addestramento della CIA? Che cosa fece esattamente presso il suo datore di lavoro World Vision International, un’organizzazione fondata nel 1950 di cui si dice sia una delle innumerevoli CIA-società di copertura? Perché Chapman si trovava a Beirut, una roccaforte della CIA durante la Guerra Fredda?
Perché tutti i fori d’entrata dei proiettili si trovavano sul lato sinistro del corpo di John Lennon, se Mark David Chapman gli stava alle spalle sulla destra quando sparò? Come poté mirare con tale precisione che i medici, durante l’autopsia, ebbero difficoltà a estrarre i proiettili quasi sovrapposti? Secondo la perizia giudiziaria un capolavoro balistico – e per i non professionisti altamente improbabile, tanto più da un angolo sbagliato. Perché nel corso delle indagini furono esclusi gli esperti che ipotizzavano più tiratori? Perché nessuno ha esaminato più da vicino la guardia del Dakota Building in servizio al momento del delitto – José Sanjenís Perdomo –, benché costui avesse dimostrabilmente lavorato per i servizi segreti americani come killer professionista e si fosse arruolato come mercenario per l’invasione della Baia dei Porci a Cuba? Perché Perdomo, dopo i colpi contro Lennon, poté avvicinarsi a Chapman con la massima calma e togliergli di mano – senza alcuna resistenza da parte del tiratore – l’arma carica? La reazione naturale in un simile momento di shock non sarebbe stata quella di cercare riparo, magari nella garitta all’ingresso del Dakota Building, oppure di rispondere al fuoco contro Chapman? Per quale motivo Perdomo non ebbe paura che Chapman puntasse l’arma su di lui e premesse il grilletto? Dipese dal fatto che Perdomo e Chapman avevano bighellonato tutta la sera da soli davanti all’ingresso del Dakota, parlando della Baia dei Porci o dell’assassinio di John F. Kennedy, finché Lennon comparve poco prima delle 23:00?
„José Perdomo disse alla polizia che Chapman era l’assassino di Lennon. Uno degli agenti che effettuarono l’arresto, Peter Cullen, non credeva che Chapman avesse sparato a Lennon. Cullen riteneva che il tiratore fosse un operaio del Dakota, ma Perdomo convinse Cullen che si trattava di Chapman“ (Latin News Agency, 8 dicembre 2018)
Vale inoltre sempre l’imperativo dell’abbiccì investigativo: Follow the money! Come si finanziava dunque Chapman, che non ebbe mai un lavoro fisso, un buon reddito o qualcosa di simile a una carriera? Da dove prendeva quest’uomo dai lavori occasionali il denaro per il suo tenore di vita superiore alla media? Chi pagò il viaggio intorno al mondo, durato sei settimane, che Chapman compì nel 1978 – e che cosa fece a Tokyo, Seoul, Hong Kong, Singapore, Bangkok, Nuova Delhi, Ginevra, Londra, Parigi e Dublino?
La domanda forse più importante: perché Chapman, dopo i colpi contro Lennon, se ne stava sul luogo del delitto come paralizzato? Come se si fosse appena svegliato da un sogno? Passanti e agenti della pattuglia descrivono il suo comportamento come quello di uno zombie privo di volontà. Disorientato e confuso – rispetto a se stesso e all’ambiente circostante. Dov’era il suo riflesso di fuga? Perché non scappò? E perché Chapman non fu sottoposto ad alcun test antidroga?
Perché si ignora il fatto che Chapman parla di voci nella sua testa che, prima degli spari, lo esortavano con veemenza a „farlo“?
Che egli stesso descriva di ricordare il momento del delitto come „due film diversi“ – uno nei minuti precedenti lo sparo, che lo rese nervoso, lo agitò, lo corruppe emotivamente, e uno successivo alla pressione del grilletto, che descrive come calmo, vuoto, insensato e paralizzante? Chapman mise a verbale di essersi sentito, nei minuti successivi al delitto, come strappato da un sonno profondo, da un sogno.
Tutte queste domande non sono state chiarite nel corso delle indagini ufficiali. I relativi fascicoli dell’FBI sono a tutt’oggi sotto chiave. Top Secret. Sicurezza nazionale e via dicendo. Lo si conosce dall’omicidio di John F. Kennedy. Alla luce dei fatti sopra riportati, tuttavia, non serve molta fantasia per immaginare che cosa accadde realmente l’8 dicembre 1980 a New York. Soprattutto quando ci si è occupati degli inquietanti programmi MKULTRA-, MKNAOMI-, MKOFTEN-, MKCHICKWIT-, CHATTER- o ARTICHOKE dei servizi segreti statunitensi.
L’obiettivo di questi spregevoli esperimenti sull’uomo: la manipolazione della coscienza. La creazione di killer che agiscono a livello subconscio, attivabili dallo stato normale tramite un segnale d’innesco e spinti a compiere il delitto. I metodi: LSD, elettroshock, tortura psicologica, privazione del sonno, violenza verbale e fisica. Chi ritiene che simili idee servano soltanto come materiale per un piacevole film di spionaggio, si sbaglia. Un rapporto della CIA declassificato del 1975 constata per esempio:
„Se l’ipnosi ha avuto successo, si possono creare attentatori per assassinare un noto (..) politico o, se necessario, un funzionario americano.“
Stephen Kinzer, che da lungo tempo indaga sui progetti segreti della CIA, ha scritto nel suo libro „Poisoner in Chief“, pubblicato nel settembre 2019:
„Nei primi anni Cinquanta la CIA istituì centri di detenzione segreti nei territori sotto controllo americano in Europa e nell’Asia orientale. Principalmente in Giappone, Germania e nelle Filippine. (…) La CIA imprigionò persone sospettate di essere agenti nemici. E altre persone che riteneva sacrificabili, per praticare su di esse vari tipi di tortura ed esperimenti sull’uomo. I prigionieri venivano interrogati mentre venivano loro somministrate droghe psicoattive, applicati elettroshock, imposte temperature estreme. Venivano sottoposti a isolamento sensoriale e simili, per sviluppare una migliore comprensione di come si distrugge e si controlla la mente umana.“
Anche David McGowan illustra nella sua opera „Programmed to Kill (2004), sulla scorta di numerose fonti originali, come i servizi segreti statunitensi allevino gli agenti dormienti. Chi dunque crede ancora alla favola che lo Stato sia suo amico, dovrebbe forse rivedere questa posizione. Perché la lista degli esperimenti non etici sull’uomo è lunga. Molti di essi ebbero un successo sorprendente, se così vogliamo chiamarlo. Ma al vertice della catena alimentare non ci sono scrupoli. È lì che si impara a sorridere mentre si uccide.
È esattamente ciò che John Lennon descrive con l’ultimo verso di „Working Class Hero“: „First you must learn how to smile as you kill“. Così Mark David Chapman fu forse un Manchurian Kandidat o soltanto l’utile idiota. O entrambe le cose.
In ogni caso gli indizi danno ogni motivo di ritenere che sia il governo statunitense ad avere sulla coscienza il fondatore dei Beatles. Perché non riuscì a espellerlo dal Paese con mezzi giuridici e nutriva un timore crescente della sua capacità di sollevare le masse contro il sistema dominante. Pacificamente, ma con fermezza. Con amore, umorismo e creatività.
Ridurlo al silenzio, per fortuna, la sua morte non è riuscita a farlo. È vero il contrario. Perché John Winston Lennon, con l’attentato, divenne ancora più immortale di quanto già non fosse come membro della band di maggior successo di tutti i tempi. Non un martire – ma un eroe della classe operaia, le cui idee e i cui ideali sopravviveranno al tempo. Imagine Peace.
Original
„As soon as you’re born they make you feel small,
By giving you no time instead of it all
Till the pain is so big you feel nothing at all.
A working class hero is something to be,
A working class hero is something to be.
They hurt you at home and they hit you at school,
They hate you if you’re clever and they despise a fool,
Till you’re so fucking crazy you can’t follow their rules.
A working class hero is something to be,
A working class hero is something to be.
When they’ve tortured and scared you for twenty odd years,
Then they expect you to pick a career,
When you can’t really function, you’re so full of fear.
A working class hero is something to be,
A working class hero is something to be.
Keep you doped with religion and sex and TV,
And you think you’re so clever and classless and free,
But you’re still fucking peasants as far as I can see.
A working class hero is something to be,
A working class hero is something to be.
There’s room at the top they are telling you still,
But first you must learn how to smile as you kill,
If you want to be like the folks on the hill.
A working class hero is something to be.
A working class hero is something to be.
If you want to be a hero well just follow me,
If you want to be a hero well just follow me.“
Übersetzung
„Appena nasci ti fanno sentire piccolo,
Non dandoti tempo invece di darti tutto,
Finché il dolore è così grande che non senti più nulla.
Un eroe della classe operaia è qualcosa che vale la pena essere,
Un eroe della classe operaia è qualcosa che vale la pena essere.
Ti feriscono a casa e ti picchiano a scuola,
Ti odiano se sei intelligente e disprezzano lo sciocco,
Finché sei così maledettamente pazzo da non poter seguire le loro regole.
Un eroe della classe operaia è qualcosa che vale la pena essere,
Un eroe della classe operaia è qualcosa che vale la pena essere.
Quando ti hanno torturato e spaventato per una ventina d’anni,
Poi si aspettano che tu scelga una carriera,
Quando non riesci davvero a funzionare, sei così pieno di paura.
Un eroe della classe operaia è qualcosa che vale la pena essere,
Un eroe della classe operaia è qualcosa che vale la pena essere.
Ti tengono narcotizzato con religione e sesso e TV,
E credi di essere così intelligente e senza classe e libero,
Ma siete ancora dei maledetti servi della gleba, per quanto posso vedere.
Un eroe della classe operaia è qualcosa che vale la pena essere,
Un eroe della classe operaia è qualcosa che vale la pena essere.
C’è posto in cima, continuano a dirti,
Ma prima devi imparare a sorridere mentre uccidi,
Se vuoi essere come quelli lassù sulla collina.
Un eroe della classe operaia è qualcosa che vale la pena essere.
Un eroe della classe operaia è qualcosa che vale la pena essere.
Se vuoi essere un eroe, be’, allora seguimi,
Se vuoi essere un eroe, be’, allora seguimi.“
