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Il richiamo della guerra
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Il richiamo della guerra

Con “Drei Kreuze für Deutschland” il rapper Prinz Pi ci mostra come la guerra esiga il suo tributo di sangue anche lontano dai combattimenti.

Le guerre sono un Moloch che divora vite umane anche al di là dei combattimenti veri e propri. Il brano “Drei Kreuze für Deutschland” (“Tre croci per la Germania”), pubblicato da Prinz Pi nel 2011, illustra come la Morte riscuota il suo tributo anche fuori dai campi di battaglia. È un cosiddetto “storytelling track” in cui Pi racconta il destino di una famiglia di militari di quattro persone.

Il padre è un capitano della marina, la madre una civile, i due figli soldati tornati dall’illegale missione in Afghanistan. A ogni strofa muore un altro membro della famiglia. Il padre cade in mare di notte dalla nave da guerra, il figlio maggiore si toglie la vita a causa del disturbo da stress post-traumatico, e il più giovane si fa assegnare al sicuro servizio interno – ma viene poi ucciso in patria da neonazisti. Alla fine resta in vita solo la madre, a cui della sua famiglia non rimane altro che tre croci, conferitele dall’esercito per i suoi uomini perduti.

Pubblicato
3. settembre 2022
Tempo di lettura
circa 11 min
Canzone
Drei Kreuze für Deutschland
Interprete
Prinz Pi
Album
Rebell ohne Grund, 2011

Nell’uso comune tedesco si parla di “fare le tre croci” (drei Kreuze machen) quando si è superato indenni un periodo difficile o una prova. Nell’ultima strofa la madre, vedova e ormai senza figli, fa anche lei “le sue tre croci” – ma sono “tre croci per la Germania”. Non le resta altro che queste tre croci. È uno smascheramento amaro del culto militare del patriota, con le sue medaglie e i suoi seguaci.

Original

„„Mutter steht vorm Admiral, guckt auf die Orden
So viel bunte Stecker kriegt man fürs Morden““

Übersetzung

„La madre è davanti all’ammiraglio, guarda le medaglie
Quante spille colorate si ricevono per l’uccidere“

A parte l’ultima strofa, in tutto il brano Prinz Pi rinuncia in larga misura ai giudizi. Descrive la vita e la morte dei soldati e lascia all’ascoltatore il compito di trarne le proprie conclusioni. Così non spende nemmeno una parola sul carattere illegale delle missioni della Bundeswehr. Il brano vuole spingere chi ascolta a smascherare da sé l’assurdità della guerra e delle sue conseguenze. Perché alla fine resta la domanda: a che cosa sarebbero servite queste missioni militari? Per che cosa si sarebbe presumibilmente impegnata la Bundeswehr?

Nel ritornello viene tratteggiato l’idillio originario – ma solo apparente – della famiglia, un idillio che a poco a poco si sgretola.

Original

„Da steht ein Haus am Meer, ein kleines Haus am Meer
Mit Mutter, Vater und zwei Söhn‘ und sie liebt sie sehr
Und einem Labrador und ei‘m Familienwagen
Und in der Küche sieht man Mutter warten“

Übersetzung

„C’è una casa sul mare, una piccola casa sul mare
Con madre, padre e due figli, e lei li ama molto
E un labrador e un’auto di famiglia
E in cucina si vede la madre che aspetta“

E con la distruzione dell’idillio familiare, accanto alle tre croci-medaglia non resta che il nulla assoluto. Né il padre nel Golfo Persico né i figli in Afghanistan hanno in alcun modo contribuito a un mondo migliore – eppure hanno perso la vita.

E anche la Germania qui descritta – quella che presumibilmente dovrebbe portare libertà e democrazia in altre parti del mondo – ha problemi sulla propria soglia di casa. Alla fine il figlio più giovane muore nel tentativo di proteggere un concittadino dalla pelle scura dagli attacchi dei neonazisti. È questa la Germania per cui la madre riceve le croci?

Note di pace che ammutoliscono

Dieci anni dopo l’uscita di “Drei Kreuze für Deutschland”, la domanda sul senso della “missione” era più attuale che mai, quando nel 2021 l’Occidente si ritirò precipitosamente dall’Afghanistan. In lunghe Instagram stories Pi si espresse a lungo sui 20 anni di impiego in Afghanistan. La Insta story, in gran parte degna di essere letta, non manca però di affermazioni estremamente bizzarre su Corona e cambiamento climatico – con il che arriviamo allo strisciante accattivarsi di Prinz Pi al mainstream e al conseguente rinnegamento di sé.

Se un tempo una parte non irrilevante della sua musica consisteva in ciò che oggi verrebbe bollato e cancellato come “ideologia complottista” e “fandonie”, Pi è ormai diventato prevedibile e da anni si muove in acque adatte alla radio. Certo, la critica al sistema dell’epoca di Prinz Pi / Porno era smisuratamente esagerata, ma proprio con questa esagerazione riusciva a mostrare reali abusi e intrecci di potere. Ormai però il rapper, all’anagrafe Friedrich Kautz, è diventato una tigre senza denti in fatto di critica dell’ideologia. E con questo accattivarsi ha purtroppo abbandonato anche le sue posizioni pacifiste o quantomeno critiche verso la guerra.

Quando nel febbraio 2022 la guerra civile ucraina, durata otto anni, sfociò nella guerra Ucraina-Russia, pubblicò un video alquanto inquietante su Instagram, in cui invitava la sua community a donare a organizzazioni umanitarie per l’Ucraina – nulla da obiettare, ovviamente – o a richiamare l’attenzione, con post sui social, sul fatto che in quel paese è in corso una guerra. Ma che cosa ne esca quando persone prive di conoscenze geopolitiche e storiche dicono la loro sulla situazione attuale, lo possiamo ammirare su Twitter. Inoltre si indignava perché in Germania, negli ultimi due anni, la gente sarebbe scesa in piazza solo per certe “confuse teorie del complotto” – che è ciò che il Principe pare intendere per diritti fondamentali – e che, a differenza dei manifestanti in Russia, non sarebbe stata picchiata e arrestata. Pura derisione di tutte le persone del movimento per la democrazia a cui ciò è accaduto in Germania.

Qualche settimana dopo Pi superò ogni limite con una serie di Insta story sconcertanti. Purtroppo non furono salvate come “highlight”; non possono essere collegate qui e possono essere riferite solo a memoria. L’occasione fu la lettera aperta di alcuni intellettuali al cancelliere Scholz, in cui lodano la sua esitazione sulle forniture di armi all’Ucraina e, inoltre, esortano a continuare a non inviare armamenti pesanti nella zona di guerra.

Di fronte a questa richiesta – logica per ogni pacifista – Prinz Pi si mostrò sbigottito. Con catene argomentative addirittura infantili, quali da ascoltatore di lunga data della sua musica non si conoscevano né ci si sarebbe aspettati, Pi paragonò l’Ucraina a un ragazzino nel cortile della scuola, vessato dal grande e forte bullo del cortile, la Russia.

Un mancato invio di armi significherebbe quindi abbandonare la debole, innocente Ucraina. Inoltre Putin si sentirebbe indotto, qualora l’Ucraina non potesse difendersi, a invadere altri paesi in Europa. Il pericolo di una guerra nucleare non era, per il Principe, un motivo per rifiutare le forniture di armi. Il contesto geopolitico e storico Pi, in modo insolito, o lo tralasciava del tutto o lo minimizzava. La mostruosità dell’allargamento della NATO a est la definì, sminuendola, “non così cool”.

Alla luce di questo profluvio su Instagram, vecchie Friedensnoten critiche verso la guerra come Teufel im Schafspelz, Die Bomben schlafen, Krieg @Home o Schornsteine sembrano dimenticate, come se venissero da un’altra penna.

Prinz Pi non è purtroppo un caso isolato. A giugno, per esempio, il cantante punk dei “Toten Hosen” Campino sconcertò con una dichiarazione secondo cui, nelle circostanze odierne, non rifiuterebbe il servizio militare. Anche numerosi altri artisti non si fecero scrupolo di suonare a “manifestazioni per la pace” in cui si chiedevano forniture di armi.

Come spiegare che artisti un tempo rispettabili sembrino dimenticare i propri valori, rinnegare il proprio pacifismo proprio quando i tamburi di guerra rullano forte? Che cosa li disaccoppia dalla loro precedente genialità e, in particolare, dalla loro autenticità, dalla loro fedeltà a se stessi e ai propri valori?

Una possibile risposta potrebbe fornircela un saggio di José Ortega y Gasset su Goethe. In “Um einen Goethe von innen bittend” (“Goethe dall’interno”), Ortega y Gasset avanza la tesi che ogni essere umano sia chiamato a un compito, a un determinato modo di essere. E per tutta la sua esistenza l’essere umano si trova in una lotta costante con il mondo che lo circonda, il quale – con le sue carenze e necessità materiali, le sue norme e le sue idee su come si debba essere – gli impedisce di seguire la propria vocazione nonostante le resistenze. È proprio questa lotta a far maturare l’essere umano, se resta fedele a se stesso e ne accetta in cambio le privazioni del mondo esterno. Goethe, invece – così conclude il filosofo spagnolo – fu nei suoi anni giovanili, attraverso il suo ritiro nella prospera corte di Karl August a Weimar, isolato proprio da questa lotta con l’ambiente, al prezzo del tradimento e dell’abbandono di sé:

„Goethe accetta l’invito del granduca Karl August. E ora vorrei chiedervi di immaginare una vita di Goethe senza Weimar – un Goethe immerso nell’esistenza della Germania di allora (…), un Goethe esposto a ogni avversità, senza la base di una sicurezza materiale – economica e sociale – (…); in breve, l’opposto di quel Goethe che a venticinque anni viene posto (…) sotto la sterile campana di vetro di Weimar. (…)

Possiamo (…) seguire l’effetto pietrificante che Weimar esercita su di lui. L’uomo si irrigidisce in statua. (…) Goethe comincia a vivere contro il senso della propria missione, a ‘de-vivere’ se stesso. (…) Goethe è un fuoco che ha bisogno di molta legna, ma a Weimar non c’è combustibile, come non c’è atmosfera (…). Goethe è un terribile esempio del fatto che un essere umano può avere una sola vita autentica: quella a cui è chiamato. Se la sua libertà lo seduce a rinnegare il proprio io irrevocabile e a sostituirgli un altro io arbitrario, (…) trascina un’esistenza spettrale, insoddisfacente – un’esistenza tra Poesia e Verità. Goethe si era infine talmente abituato a una simile forma di vita da non aver più bisogno della realtà (…).

Nulla allenta le profonde forze di tensione del vivente quanto le occasioni troppo facili. Ma proprio questo significò Weimar per Goethe in quell’epoca decisiva. Weimar gli permise di incapsularsi nella giovinezza (…). Il problema della sua posizione nel mondo è risolto per lui di colpo, senza che gli venga richiesto nulla di preciso. Goethe si abitua a galleggiare sulla vita – dimentica di essere un naufrago. [1]“

Qui possiamo, in alcuni punti, tracciare parallelismi con Prinz Pi. Ciò che Weimar rappresentò per Goethe è, in un certo senso, l’essere-arrivato di Pi nel mainstream. Successi in classifica, tournée sold-out e premi come la 1 Live Krone portarono con sé un cambiamento, così che Pi, album dopo album, divenne più mansueto nei testi. Allo stesso tempo, con questo sviluppo crebbe lo snobismo del rapper, che in origine proveniva da condizioni meno agiate. Così ora vive in un elegante appartamento di design, guida costose auto sportive e per il resto non lesina nel mettere in mostra la propria decadenza su Instagram.

Per correttezza va detto che Pi si è guadagnato da sé il proprio benessere e non è stato, come Goethe, invitato in una corte agiata. Ma il denominatore comune sta nella protezione dalle tempeste della vita, almeno per quanto riguarda le necessità materiali. E dall’assenza di questa necessità deriva, a sua volta, un’altezza di caduta dovuta al benessere. Al benessere appena conquistato, capace anche di anestetizzare i dubbi interiori, ci si aggrappa naturalmente in modo convulso. A un certo punto non è più così facile, in questo ambiente, dare fastidio e nuotare controcorrente.

Così si spiega come musicisti che un tempo ammiravamo per la loro postura o la loro autenticità oggi suonino il corno del mainstream e si lascino aggiogare al carro di ogni agenda – che sia il Corona o la guerra in Ucraina.

Quando si tratta di guerra e pace, qui il serpente si morde la coda. Perché una guerra, evidentemente, divora proprio quel benessere che anestetizza i dolori dell’anima dell’artista, non appena il conflitto si estende geograficamente.

Mentre dunque disperiamo per il comportamento attuale e per il cedimento di numerosi artisti, possiamo aggrapparci alle vecchie opere, tenere viva la memoria della loro produzione precedente e così tenere sempre una porta aperta agli artisti, qualora un giorno dovessero ravvedersi.

Fußnoten

  1. Cfr. Ortega y Gasset, José: “Um einen Goethe von innen bittend”, Bonn, 1982, pp. 38–47. ↩

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Pubblicato per la prima volta su Manova www.manova.news/artikel/der-sog-des-krieges

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La canzone in originale

Al video su YouTube youtu.be/E_WMPjkfJ4w