
Il vero nemico
La canzone di Hannes Wader “Es ist an der Zeit” è un resoconto spietato sugli orrori della guerra e sulle menzogne dei signori della guerra.
Che cosa contraddistingue un’eccellente canzone contro la guerra, capace ancora a decenni dalla sua pubblicazione di spingere le persone alla vigilanza e all’amore per la pace?
Forse la si potrebbe descrivere così: non dovrebbe abbellire nulla, ma piangere la bellezza andata perduta nelle orge di distruzione. Dovrebbe essere compassionevole e al tempo stesso spietata, precisa nei dettagli e però universale nel suo messaggio. Invece di aizzare contro i “nemici”, dovrebbe smascherare gli aizzatori, i “Masters of War”, come li ha descritti Bob Dylan in una delle sue canzoni.
Con “Es ist an der Zeit” Hannes Wader ha scritto, nel 1980, una delle più importanti canzoni di pace in lingua tedesca. L’incisivo folk-chanson, frutto della prima Guerra Fredda, dimostra la sua validità senza tempo anche in tempi di nuove tensioni globali.
Le origini della canzone risalgono a una visita del cantante folk australiano Eric Bogle e di sua moglie nelle Fiandre e nel nord della Francia, dove la coppia visitò tre cimiteri militari. “Videro tutti i giovani soldati che vi erano sepolti”. Era il 1976. Dopo questa esperienza Bogle scrisse una canzone che divenne celebre come brano contro la guerra. La intitolò “No Man’s Land”. O anche “The Green Fields of France”. In piedi davanti alla tomba del soldato Willy McBride, il cantante riflette sulla vita e sulla morte del caduto e pone una domanda di peso. Essa campeggiava già su un manifesto divenuto famoso, con un soldato che – colpito da un proiettile – stramazza morto: “Why?” Bogle cantava:
Original
„And I can’t help but wonder, oh Willy McBride:
Do all those, who lie here, know why they died?
Did you really believe them, when they told you the cause?
Did you really believe, that this war would end wars?
Well the suffering, the sorrow, the glory, the shame,
The killing and dying – it was all done in vain.
Oh Willy McBride, it all happened again,
And again, and again, and again, and again.“
Übersetzung
„E non posso fare a meno di chiedermi, oh Willy McBride:
tutti quelli che giacciono qui sanno perché sono morti?
Hai davvero creduto loro, quando ti dissero la causa?
Hai davvero creduto che questa guerra avrebbe posto fine alle guerre?
Beh, la sofferenza, il dolore, la gloria, la vergogna,
l’uccidere e il morire – tutto è stato vano.
Oh Willy McBride, è successo di nuovo,
e ancora, e ancora, e ancora, e ancora.“
Willy McBride – il suo nome qui sta per migliaia – morì nella Prima guerra mondiale. Ancora oggi fa arrabbiare e rattrista rendersi conto che da allora l’umanità non ha evidentemente imparato nulla. Non i politici, che si aggrappano alla finzione di una “guerra giusta”; non i soldati che – come si diceva nel classico di Donovan “Universal Soldier” – si lasciano usare per qualsiasi scopo, mantenendo così in vita per l’eternità la macchina della morte; non i cittadini che si lasciano aizzare ancora e ancora dalle narrazioni di guerra, che affidano volentieri al sanguinoso mestiere persino i propri figli e, oggi sempre più, anche le figlie.
L’inno di culto del movimento per la pace
Hannes Wader era già un affermato cantautore tedesco quando, nel 1980, pubblicò il suo album “Es ist an der Zeit”. Nella sua grande autobiografia “Trotz alledem”, uscita nel 2019, descrive solo brevemente la genesi della canzone:
La canzone che dà il titolo all’album è il mio adattamento di un brano dell’australo-scozzese Eric Bogle: “No Man’s Land”. Nella mia (assai libera) traduzione in tedesco, “Es ist an der Zeit” diventa presto uno degli inni del movimento per la pace dei primi anni Ottanta. Anche nell’altra parte della Germania la canzone diventa e resta popolare.
Persino ai miei concerti dopo la caduta del Muro, nell’ex DDR, la gente non mi lasciava scendere dal palco finché non l’avevo cantata. Nessun problema – la canto ancora volentieri.
Hannes Wader scrisse un testo che, a mio avviso, supera persino l’originale per intensità. Devono essere state ore straordinariamente ispirate quelle che il grande cantautore dedicò a questa poesia. Hannes Wader, che ha spesso detto quanto lo scrivere gli costasse fatica e come spesso dovesse strapparselo di dosso in settimane di lavoro, qui era pienamente nel flusso. Come in ogni riuscita riscrittura poetica, Wader si concede ogni libertà di variare il modello di Bogle, di cambiare l’ordine dei pensieri, di ometterne alcuni, di aggiungerne di nuovi.
Croci sulle tombe e papaveri
Original
„Weit in der Champagne im Mittsommergrün,
Dort wo zwischen Grabkreuzen Mohnblumen blühn,
Da flüstern die Gräser und wiegen sich leicht
Im Wind, der sanft über das Gräberfeld streicht.“
Übersetzung
„Lontano nella Champagne, nel verde di mezza estate,
là dove tra le croci sbocciano i papaveri,
le erbe sussurrano e si cullano leggere
nel vento che sfiora dolcemente il campo delle tombe.“
Wader inizia con un’atmosfera naturale quasi idilliaca. Fa caldo – è estate. I papaveri rosso intenso, le erbe, il vocabolario tenero (“sussurrano”, “leggere”, “dolcemente”) contrastano in modo evidente con l’orrore che associamo alla guerra. Perché l’idillio è ingannevole: il papavero fiorisce proprio in mezzo a un campo di tombe.
Sembra che l’artista voglia illustrare quella pace, quella bellezza e tenerezza che sarebbero state possibili se la follia della guerra non avesse strappato via quel giovane soldato.
Veniamo a sapere che aveva solo 19 anni e che la sua tomba non porta alcun nome. Poi Hannes Wader si rivolge ancora una volta direttamente a quell’amore che sarebbe stato possibile:
Original
„Hast du, toter Soldat, mal ein Mädchen geliebt?
Sicher nicht, denn nur dort, wo es Frieden gibt,
Können Zärtlichkeit und Vertrauen gedeihen.
Warst Soldat, um zu sterben, nicht um jung zu sein.“
Übersetzung
„Hai mai amato una ragazza, soldato morto?
Di certo no, perché solo dove c’è pace
possono fiorire la tenerezza e la fiducia.
Sei stato soldato per morire, non per essere giovane.“
Non è soltanto l’orrore della guerra che il cantante lamenta qui; è la tristezza abissale per una vita non vissuta – il destino di un giovane nel pieno delle forze, desideroso di assaporare la propria vita di giovane adulto, probabilmente colmo di speranze e possibilità.
E Wader non tace nemmeno questo lato oscuro della sessualità: molti soldati violentano le donne dei paesi che conquistano – imbarbariti, svuotati e brutalizzati dall’esperienza della guerra. In una bella svolta, però, il “nostro” soldato nella canzone decide alla fine contro l’atto di violenza: “(…) ma poi ti sei vergognato di te stesso e non l’hai mai fatto.”
Disperato, amareggiato, imbarbarito
Il verso successivo mi appare immensamente sconvolgente e mette a nudo senza pietà ciò che la guerra significa davvero – e con dettagli decisamente deterrenti e sordidi:
Original
„Soldat, gingst du gläubig und gern in den Tod?
Oder hast du verzweifelt, verbittert, verroht
deinen wirklichen Feind nicht erkannt bis zum Schluss?
Ich hoffe, es traf dich ein sauberer Schuss.
Oder hat ein Geschoss dir die Glieder zerfetzt,
Hast du nach deiner Mutter geschrien bis zuletzt,
Bist du auf deinen Beinstümpfen weitergerannt,
Und dein Grab, birgt es mehr als ein Bein, eine Hand?“
Übersetzung
„Soldato, sei andato incontro alla morte credente e volenteroso?
O, disperato, amareggiato, imbarbarito,
non hai riconosciuto fino alla fine il tuo vero nemico?
Spero che a colpirti sia stato un colpo netto.
Oppure una granata ti ha dilaniato le membra,
hai gridato tua madre fino all’ultimo,
hai continuato a correre sui moncherini delle gambe,
e la tua tomba, racchiude più di una gamba, una mano?“
In contrasto con le membra dilaniate e con gli altri terribili corollari dell’uccidere, il cantante allude anche alle formule edulcorate con cui i guerrafondai cercano di vendere alle loro vittime la marcia verso il mattatoio. Le si esorta ad andare incontro alla morte “credenti e volenterose” – per scopi che si chiamano “patria”, “Dio”, “sicurezza”, “difesa” o in qualunque altro modo. Chi è dunque il “vero nemico” che il giovane soldato nel testo di Wader non ha riconosciuto? Ci tornerò sopra.
Nell’ultima strofa Hannes Wader traccia con maestria un arco fino all’inizio della canzone. Siamo di nuovo nel presente, e il cantante presta un giuramento sulla tomba del soldato:
Lottare per la pace ed essere vigili:
l’umanità cadrà ancora una volta nelle menzogne (…).
Di nuovo caduti nelle menzogne
Quel verso mi tocca oggi ancora più da vicino di quando ascoltai la canzone per la prima volta – fu probabilmente negli anni Ottanta. Perché per lungo tempo è sembrato che l’umanità avesse imparato qualcosa dalle due terribili guerre mondiali – in particolare la sua parte “civilizzata”, occidentale. I vecchi litiganti europei come la Germania e la Francia hanno convissuto pacificamente per decenni. Persino alla Russia, il nemico principale di un tempo, sembrava fosse stato tolto il dente; l’era di Gorbaciov sembrava improntata al reciproco riavvicinamento e al disarmo.
Persino sulla questione della praticabilità di una guerra nucleare limitata cadono attualmente i “tabù del pensiero”. Qui, però, la canzone lancia un chiaro avvertimento:
Allora può accadere che presto non viva più nessuno,
nessuno a seppellire i miliardi di morti.
Ciò si riferisce chiaramente al pericolo di una grande guerra mondiale che coinvolga le forze nucleari di entrambi gli schieramenti. Il conflitto “Occidente contro Russia” è qui implicitamente presente. Eppure c’è anche un barlume di speranza. L’originale di Eric Bogle si chiude in modo ancora più pessimista (“again, and again, and again…”). Wader, al contrario – ispirato presumibilmente dal clima di slancio del movimento per la pace nell’anno in cui la canzone nacque – termina con una visione positiva:
Ma sempre più persone sono pronte
a impedire questa guerra. È giunto il momento.
Era, si badi bene, l’inizio degli anni Ottanta. Da allora la canzone è stata ripresa più volte, volentieri, dai pacifisti, e cantata con convinzione da amici e colleghi di Wader come Reinhard Mey. Non sorprende – io stesso non conosco una canzone contro la guerra più penetrante e più perfetta. Tutt’al più si potrebbe citare qui anche la confessione davvero commovente di Mey “Nein, meine Söhne geb ich nicht” (“No, i miei figli non li do”). Con “Es ist an der Zeit”, in ogni caso, tutto è semplicemente al posto giusto. Anche la melodia che Eric Bogle ha trovato la trovo straordinariamente bella. Nella sua semplicità irradia un grande calore, come conosciamo da altre ballate folk e soft-rock che si distinguono per una particolare coerenza melodica – si pensi ad esempio a “Father and Son” di Cat Stevens o a “Vincent” di Don McLean.
Tema duro, musica dolce
La musica, accompagnata come sempre da Wader in modo minimalista con la sola chitarra, non illustra affatto le durezze della guerra; riflette piuttosto un mondo come dovrebbe essere: compassionevole, consolante, un po’ triste, certo, ma nella sua bellezza – che sembra strappata all’orrore – capace anche di rendere felici. Hannes Wader non è un uomo di impeti emotivi. Canta nel suo modo sonoro, serio e pacato. Qui, però, si avvertono più collera ed enfasi che in altre incisioni dell’artista.
E da non dimenticare: il ritornello. Getta un ponte tra allora e oggi. I bugiardi e gli ingannati: sono universali, mentre le guerre e i pretesti di guerra appaiono, al confronto, intercambiabili.
Sì, anche a te hanno mentito proprio così,
come continuano a fare con noi ancora oggi.
Tu hai dato loro tutto,
la tua forza, la tua giovinezza, la tua vita.
In analogia al “Universal Soldier”, è il Universal Warlord – il signore della guerra. Non va mai in guerra di persona – fa esercitare, sanguinare, uccidere e morire gli altri.
“Perché non dà il Suo stesso sangue?”
Nessuno è genericamente esentato dal messaggio di questa canzone. Per applicarlo alle circostanze odierne: né Biden, né Scholz, né Zelensky, né Putin potrebbero sottrarsi a questa sconvolgente accusa. Sulle attribuzioni di colpa e innocenza nel contesto della politica globale si rompano pure la testa i saggisti. Gli artisti – i cantori contro la guerra in particolare – spesso la pensano diversamente: più semplicemente. Colpevole è chi sacrifica le persone, le manda in guerra, le convince o le costringe al servizio militare con falsi pretesti, chi strappa loro la giovane vita o, in seguito all’esperienza di colpa e sofferenza, la offusca con un trauma.
Nella sua versione tedesca del chanson francese “Le déserteur”, Hannes Wader lo dice ancora una volta in modo molto chiaro:
“Se crede così fermamente che sia necessario versare il proprio sangue in una guerra, Monsieur le Président, perché allora non ci va Lei e non dà il Suo?”
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