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La follia della guerra
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La follia della guerra

Una canzone italiana di Francesco de Gregori dimostra: anche quando la guerra è stata „vinta“, ci sono soltanto vinti.

Volker Freystedt, autore di saggistica, satirico e uno dei primi critici della dittatura sanitaria del Corona, coniò in un contributo per il Rubikon nell’aprile del 2020 il termine „Faschützmus“ (1). Durante soggiorni prolungati in Italia imparò a conoscere e ad apprezzare la scena musicale italiana; tradusse in tedesco centinaia di canzoni per avvicinarle al pubblico di casa. Tra i cantautori più stimati d’Italia figura Francesco de Gregori. Una delle sue canzoni più note è un dialogo al tempo stesso poetico e spietato con uno dei carnefici: il „Generale“.

Pubblicato
22. aprile 2023
Tempo di lettura
circa 4 min
Canzone
Generale
Album
De Gregori , 1978

Francesco de Gregori (nato nel 1951 a Roma), cantautore sulla scia di Bob Dylan, arrivò al pubblico solo con un certo ritardo. Cominciò a diciassette anni in un locale romano dove si esibivano i musicisti emergenti, e suonò anche con Antonello Venditti – che sfondò prima di lui –, più tardi con Lucio Dalla e con Fabrizio De André. Insieme a Venditti tenne nel giugno del 2022 un doppio concerto allo Stadio Olimpico di Roma – per entrambi quasi una partita in casa. Francesco De Gregori appartiene da tempo alla vecchia guardia dei cantautori italiani, tenuta in grande considerazione anche dai colleghi, cioè coloro che scrivono ed eseguono personalmente le proprie canzoni.

Una delle sue canzoni più note è „Generale“, che de Gregori scrisse in occasione del suo servizio militare nel 1978. Era di stanza in Alto Adige, dove gruppi militanti chiedevano il distacco dall’Italia. Gli scontri violenti non erano dunque soltanto teoria.

In questa canzone contro la guerra la parola „pace“ non compare nemmeno una volta, la parola „guerra“ soltanto due volte. „Generale“ non è un’ardente perorazione per „Un po’ di pace“, non è un grido indignato Mai più guerra!. Ci si rivolge a un generale – che siede presumibilmente nello stesso scompartimento del semplice soldato dal cui punto di vista de Gregori osserva – in un monologo che scivola senza sosta da un’immagine all’altra; coerentemente la canzone non ha nemmeno un ritornello. Non sono „quadri di un’esposizione“ che si possono contemplare a lungo. Sono sguardi da un treno in corsa, mescolati a flashback e alle associazioni di chi si sa ormai in viaggio verso casa – perché la guerra è finita, il nemico è fuggito o sconfitto. La musica, in particolare il riff ricorrente, sottolinea questo inarrestabile scorrere del treno, che non si ferma più, nemmeno per pisciare, si va dritti a casa senza pensarci oltre – come ci è sempre stato detto –, che la guerra è bella anche se fa male. Ora si vuole soltanto tornare per cantare e per farsi amare, e non fosse che l’amore delle infermiere.

In mezzo a un prato c’è una contadina, curva nel tramonto sembra una bambina di cinquant’anni, con cinque figli venuti al mondo come conigli, andati per il mondo come soldati e ancora non tornati.

Ancora dietro la collina la notte appare buia e assassina, ma certo, lì non c’è più nessuno ora, solo aghi di pino e silenzio e funghi buoni da mangiare e buoni da seccare – e più oltre le associazioni saltano indietro verso la vecchia normalità: per farci il sugo quando è Natale – e ancora verso un ricordo legato al Natale: quando i bambini piangono e non vogliono andare a dormire.

Generale, queste cinque stelle; queste cinque lacrime sulla mia pelle – che senso hanno nel rumore di questo treno che è mezzo vuoto e mezzo pieno – da un lato molti sono caduti, dall’altro alcuni sono sopravvissuti –, e che corre veloce incontro al ritorno – tra due minuti è quasi giorno e quasi casa e quasi amore. La guerra rende relativo tutto il resto – quasi …

La canzone „Generale“ è probabilmente familiare a ogni italiano. Lo si è visto chiaramente anche quando la più grande rockstar d’Italia, Vasco Rossi, aprì il suo concerto „Rock sotto l´assedio“ (San Siro/Milano, 1995) con „Generale“ – allora tutto lo stadio cantò con lui. Vasco Rossi disse allora: È una canzone contro la guerra – contro TUTTE le guerre! Con quel concerto voleva esprimere il proprio rispetto per i musicisti che, durante l’assedio di Sarajevo durato quasi quattro anni, organizzarono un concerto, per il bisogno di un po’ di normalità nella follia della guerra.

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Pubblicato per la prima volta su Manova www.manova.news/artikel/der-wahnsinn-des-krieges

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