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La pace si fa così
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La pace si fa così

Se ognuno può vivere come vuole vivere, e gli altri glielo lasciano fare, non c'è bisogno di guerre — Karsten Troyke sa cantarci sopra una canzone. Backstage

Karsten Troyke, noto tra l’altro per le sue canzoni in lingua yiddish, di fronte al perdurare della violenza in Medio Oriente ha riflettuto sulle condizioni in cui la pace può fiorire. La sua conclusione è dapprima sorprendente, perché si colloca su un piano apparentemente piuttosto privato: „ognuno deve vivere come vuole vivere”.

Questo non significa soltanto rinunciare a ogni forma di predica e rieducazione degli altri, è anche un rifiuto del potere — con l’eccezione del potere su se stessi. Anche di fronte a un tema così serio Troyke sa — come tanto spesso — diffondere un’atmosfera travolgente e affermativa della vita. Perché la gioia, la libertà e la pace stanno insieme, e in mezzo a tutta la distruzione che siamo costretti a osservare intorno a noi è importante dire comunque sì alla vita.

Pubblicato
24. febbraio 2024
Tempo di lettura
circa 8 min
Canzone
Jeder soll so leben wie er leben mag
Interprete
Karsten Troyke
Album
2022

Original

„Jeder soll auch lieben, wen er lieben mag,
jeder Kuss für jeden, der ihn will!
Jeden Augenblick beginnt ein neuer Tag,
so ist das Leben, manchmal laut und manchmal still.“

Übersetzung

„Ognuno deve amare anche chi vuole amare,
un bacio per ciascuno che lo desidera!
In ogni istante comincia un nuovo giorno,
così è la vita, a volte forte e a volte quieta.“

Voglio essere un pacifista. E so che non lo sarò mai del tutto – nel senso che, da quando ho memoria, ho sempre saputo: Auschwitz non avrebbe potuto liberarsi da solo.

Ho anche cantato spesso la canzone del partigiano – originariamente francese – (The Partisan), nota nella versione di Leonard Cohen. A differenza di Joan Baez, che ormai dipinge Selenskyj con i girasoli, io però non ho sostituito un verso decisivo. Da „I took my gun and vanished” (Presi il mio fucile e sparii) lei fece „Into the hills I’ve vanished” (Sparii tra le colline). Senza fucile, cosa che per un partigiano non ha alcun senso.

Anch’io vivo senza fucile e tuttavia onoro i partigiani della Seconda guerra mondiale. E dopo l’indicibile massacro nel sud di Israele di giovani ballerini internazionali di una festa, di famiglie socialiste dei kibbutz e in fondo di chiunque si trovasse in quel momento terribile nel posto sbagliato, voglio anche che gli ostaggi rimasti vengano liberati. Naturalmente ho visto molto presto le distruzioni a Gaza, le cifre dei morti stampate ovunque e comunicate dai politici di Hamas. Il mio amico spirituale, Eric Angerer, non riusciva più a pubblicare i suoi testi di approfondimento sul tema nemmeno sui media alternativi, ma poi alla fine ci riuscì sulla „Achse des Guten”, perché la maggior parte del mondo sembra aver deciso: Israele è l’assassino di bambini. In tanti vedono parallelismi con la guerra in Ucraina, si sospetta che il Deep State abbia bisogno di soffiare sul fuoco e che comunque Hamas provenga dal Mossad.

Anch’io vedo parallelismi, e precisamente da un punto di vista pacifista: quando le persone vivono, lavorano, producono qualcosa e cooperano tra loro, subentra la pace. Ma quando un territorio come il Donbass viene bombardato per otto anni, prima o poi arriva una reazione. Da Gaza i razzi volavano già dal 2006 e negli anni abbiamo visto duri colpi e contraccolpi. Ciononostante, nei periodi più tranquilli, i lavoratori di Gaza potevano lavorare nei kibbutz vicini in Israele ed esistevano relazioni umane. Ora tutto questo è finito, ma dovrà e tornerà a essere così – quando regnerà la pace.

Dove comincia la propaganda, qual è la differenza tra nemici che di continuo dicono e scrivono di augurarti la morte, e immagini del nemico create ad arte dalla propaganda, di cui si sostiene che vogliano portarti la morte?

Come sostengo l’idea di pace nel mondo e da che momento in poi mi lascio fare di tutto „per amor di quieto vivere”? Non lo so davvero, va guardato di nuovo giorno per giorno.

Devo scusarmi per essermi già divagato così tanto all’inizio, perché in realtà qui ci è stato chiesto di presentare una nostra canzone di pace. E la mia ce l’ho avuta in testa tutto il tempo:

Original

„Und auch die Kinder sind wieder frei,
zu atmen, zu wachsen, zu denken, zu schrein.
Die alten Leute sind mit dabei:
zu tanzen, zu lachen, zu erzähln, zu sein
und dann wird Frieden sein.“

Übersetzung

„E anche i bambini sono di nuovo liberi
di respirare, crescere, pensare, gridare.
E ci sono anche i vecchi:
a danzare, ridere, raccontare, esistere
e allora sarà pace.“

Oggi mi sembra così semplice, una richiesta minima, ma quando nel 2020 si scoprì che letteralmente ogni attività qui menzionata poteva essere abolita da un momento all’altro con un’unica ordinanza (sanitaria), fui a dir poco stupito e poi, di settimana in settimana, sempre più scioccato. Avevo amato gli anni Novanta, per il fatto che Berlino prima o poi divenne comunque una metropoli mondiale, che ogni forma di stare insieme, ogni tipo di festa, teatro, letteratura e pubblicistica era possibile – o sembrava esserlo. Credevo anche a Wolf Biermann – con un lieve dubbio –, quando disse più o meno una volta: la democrazia, cioè gli Stati democratici, portano quasi incidentalmente con sé la pace, perché il libero commercio reciproco e la separazione dei poteri fanno sì che non combattano mai gli uni contro gli altri. In ogni caso mi chiedevo compiaciuto: può essere vero? Ma è fantastico.

Naturalmente mi venne in mente che c’erano pur sempre le guerre per procura e, lentamente, in realtà piuttosto tardi, mi resi conto che le società arabe di certo non scivolavano nel caos o nell’islamismo solo per conto proprio. Gli anni Duemila portarono, con l’11 settembre, la Sars 1, la guerra al terrore e così via, notizie sempre più minacciose. Ma, finché potevo cantare cosa, quando e – quasi – dove volevo, ero comunque per lo più contento, da ex Ossi nel bel Ovest. Pensavo anche:

Original

„Jeder soll so leben, wie er leben mag,
jede Macht für jeden – über sich!“

Übersetzung

„Ognuno deve vivere come vuole vivere,
ogni potere per ciascuno – su se stesso!“

E pensavo: è proprio così – fino al 2020. Poi lo misi per iscritto come canzone e nel 2022 cominciai a cantarlo alle manifestazioni. Perché nel frattempo pensavo: ma non è affatto così! Il testo proseguiva poi in questo modo:

Original

„Wer uns das verbietet, fühlt sich heute stark
und, ja, auch der wird bald verschwinden sicherlich.
Jeder kann auch wissen, es ist nur die Angst,
die geschürt wird von der Politik.
Alles nur damit du nicht zuviel verlangst,
aber so kriegst du dein Leben nicht zurück!

Keine Polizei darf in die Wohnung rein,
wenn dem Staat deine Meinung nicht gefällt.
Was du sagt und denkst gehört nur dir allein
und alles andre ist ein Fehler dieser Welt.“

Übersetzung

„Chi ce lo vieta oggi si sente forte
e, sì, anche lui presto sparirà di sicuro.
Ognuno può anche sapere che è solo la paura,
attizzata dalla politica.
Tutto solo perché tu non pretenda troppo,
ma così non ti riprendi la tua vita!

Nessun poliziotto può entrare in casa,
se allo Stato non piace la tua opinione.
Ciò che dici e pensi appartiene solo a te
e tutto il resto è un errore di questo mondo.“

Proprio davanti alla Gethsemane-Kirche nel quartiere berlinese di Prenzlauer Berg e alle feste della pace nel Mauerpark sentivo, insieme ai molti altri colleghi e all’atmosfera, una forza che dava coraggio in quello strano tempo dei microbi – che in fondo non è davvero finito.

Persino all’interno del movimento per la pace e la libertà, così eterogeneo, c’erano diverse accuse: voi fate solo festa, questa non è mica resistenza! Ho sempre trovato giusto e sensato che „Captain Future” sapesse contrapporre qualcosa alla guerra ibrida contro le persone, con il motto e la canzone di Henning Wehland „Tanz um dein Leben”. Il diavolo non ama le persone felici. E anche le mie esibizioni dal vivo dovevano trasmettere questa sensazione. Dopo un „Free Assange Konzert” nei pressi di Rostock, „Radio Marabu”, con cui in realtà eravamo in buoni rapporti, il mattino dopo trasmise una feroce stroncatura delle canzoni e delle idee del mio collega Lui Koray del movimento Momo e, in particolare, anche di me. La canzone qui presentata sarebbe scadente, in tempo di 4/4, cioè una marcia come per animare la Wehrmacht, farebbe appello agli istinti più bassi, perché fatta per battere le mani insieme e così via. L’idea „ognuno deve vivere come vuole vivere” sarebbe radicalmente sbagliata e nella DDR – dove presumibilmente esistevano solo alti standard qualitativi – sarebbe stata giustamente bocciata. E allora, salute!

Quante idee ci sono in circolazione nell’ambiente e nel mondo… lo trovo interessante, finché nessuno ha troppo potere. Già la semplice comparsa su un annuncio di una festa della pace o della marcia di Pasqua mi ha impedito, dal lato ufficiale, più di un’esibizione, il che non era poi così grave, perché molte cose sono state troppo per me in questi ultimi quattro anni. Ma da questo si può ben vedere che effetti ha una piccola canzoncina del genere. Il ritornello è davvero molto semplice, senza parole, da cantare insieme. Il collega cantante El Alemán commentò: nelle strofe canti qualcosa contro la polizia e la politica e poi fai marameo con il ritornello La-La… Ma volentieri, certo!

Original

„Jeder soll auch singen, wenn er singen mag,
alle unsre Träume sind dann wahr!
Wenn ich heut nach Liebe, Glück und Frieden frag,
ja, dann bin ich nicht alleine, ist ja klar!“

Übersetzung

„Ognuno deve anche cantare, se ha voglia di cantare,
allora tutti i nostri sogni sono veri!
Se oggi chiedo amore, felicità e pace,
sì, allora non sono solo, è chiaro!“

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Pubblicato per la prima volta su Manova www.manova.news/artikel/so-geht-frieden

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La canzone in originale