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L’esempio
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L’esempio

Dopo la Seconda guerra mondiale Boris Vian cantò un inno al disertore, liberandolo dallo stigma di essere un vigliacco fuggiasco.

Il secondo brano che Ulrike Guérot voleva assolutamente includere tra i canti di pace è «Le Déserteur» di Boris Vian. Questa chanson è una canzone di culto francese del 1954, in cui lo scrittore descrive con parole semplici gli orrori della guerra. Molti cantanti celebri l’hanno interpretata, per esempio anche Joan Baez, presente qui con un altro canto di pace. È quel brano con cui in Francia fu spezzato il silenzio di legno della generazione del dopoguerra sull’assurdo svolgersi degli eventi bellici nella Seconda guerra mondiale.

Pubblicato
22. ottobre 2022
Tempo di lettura
circa 4 min
Canzone
Le Déserteur
Interprete
Boris Vian

Quando la chanson fu trasmessa per la prima volta dalla radio francese, Paul Faber, membro del consiglio radiofonico francese del dipartimento della Senna, ne rimase talmente sconvolto da chiederne la censura. Boris Vian gli rispose con una lettera aperta.

La canzone rimase vietata nelle stazioni radiofoniche francesi fino alla fine della guerra d’Algeria nel 1962. Sono passati esattamente 60 anni. Tanto fragile è dunque la narrazione europea della pace, che dei disertori – allora come oggi nella guerra in Ucraina – non si può parlare: attualmente muoiono circa 1.000 soldati ucraini al giorno, in alcuni battaglioni la diserzione è ormai cominciata da tempo, di fronte all’insensatezza militare di questa guerra, che salta agli occhi di ogni osservatore, ma invece di chiedere un cessate il fuoco immediato e trattative, per mesi si è discusso soltanto di armi pesanti, e ora sembra addirittura che la NATO stia per intervenire attivamente negli eventi bellici. Per di più la ministra degli Esteri britannica ha fatto sapere di non avere alcun problema a premere il «Nuclear Button».

Invece di inondare tutte le strade europee con un movimento per la pace, come allora, nel 2003, in occasione dell’invasione americana dell’Iraq, la maggior parte degli europei oggi è orgogliosa delle proprie spillette ucraine sul bavero. «Immagina che ci sia la guerra e nessuno ci vada», era lo slogan spontaneista dei Verdi negli anni Ottanta. Annalena Baerbock lo conosce almeno?

La canzone di Boris Vian è un inno al disertore, all’unico coraggioso che semplicemente non partecipa all’assurdità bellica, allo sparare o all’uccidere senza senso. Che non si lascia caricare propagandisticamente di slogan per i quali varrebbe presumibilmente la pena di andare in guerra.

Il suo testo colpisce proprio perché getta un ponte dagli slogan di guerra agli esseri umani, ai quali la guerra arreca la sofferenza più grande. Canta di come ha visto partire suo padre e i suoi fratelli e non tornare più:

J’ai vu partir mon père,
J’ai vu partir mes frères,

di come ha visto piangere i suoi figli:

J’ai vu pleurer mes enfants,

di come sua madre ha sofferto tanto da scomparire nella tomba:

Ma mère a tant souffert qu’elle est dedans sa tombe.

Descrive con parole schiette tutta la miseria della guerra, che ricade sempre sulla gente comune – non sui governanti o sui generali.

Per questo il verso più incisivo si trova proprio all’inizio, dove si rivolge direttamente al presidente:

Original

„Monsieur le Président
Je ne suis pas sur terre
Pour tuer des pauvres gens
(…)
S’il faut donner son sang
Allez donner le vôtre
Vous êtes bon apôtre
Monsieur le Président!“

Übersetzung

„Signor Presidente,
non sono sulla terra
per uccidere povera gente.
(…)
Se bisogna dare il proprio sangue,
allora date il vostro,
siete un buon apostolo per questo,
Signor Presidente!“

Boris Vian canta il brano lentamente e con assoluta pacatezza. Oggi dovrebbe risuonare in tutte le stazioni radiofoniche. Annalena Baerbock, Ralf Fücks o la signora Strack-Zimmermann e molti altri, che da mesi si trovano in una sorta di ebbrezza di guerra, dovrebbero ascoltarlo particolarmente spesso!

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Pubblicato per la prima volta su Manova www.manova.news/artikel/das-vorbild