
Nel ciclo della guerra
Nella sua canzone di pace “Where Have All the Flowers Gone?”, Joan Baez cantava dell’insensata spirale di morte della guerra, da cui finora l’umanità non ha tratto alcuna lezione.
Quando a Ulrike Guérot fu chiesto di scegliere una canzone per i “Friedensnoten” e di contribuire con un testo, le vennero subito in mente Joan Baez e la sua tuttora splendida canzone “Where Have All the Flowers Gone?”. Il brano fu scritto già nel 1955 dal veterano folk Pete Seeger e in seguito adattato molte volte.
Esiste anche una versione tedesca – “Sag mir, wo die Blumen sind?” – ma l’autrice di Rubikon trova la versione inglese, come originale, molto più bella – needless to say.
Negli anni Settanta ero ancora una ragazzina, ma il profumo di Woodstock, il culto hippie che dopo il festival e a causa delle proteste di allora contro la guerra del Vietnam si diffuse anche in Europa, lo si poteva respirare anche da ragazzina, pur senza comprenderlo davvero.
Joan Baez dev’essere stata spesso alla radio; ricordo quella voce dolce eppure penetrante, folk americano della migliore specie, una voce come una campana, così pura, limpida e chiara.
“Where Have All the Flowers Gone?” è una canzone morbida, non accusatoria, solo interrogativa. La parola guerra non compare nemmeno esplicitamente; ho impiegato molto tempo a capire di che cosa parli questa canzone, che in realtà è un girotondo.
Prima spariscono i fiori – where have all the flowers gone
–, poi le ragazze – where have all the young girls gone
. Poi ci si chiede dei giovani uomini – where have all the young men gone
. I giovani uomini, prosegue il testo, hanno indossato l’uniforme e sono diventati all’improvviso soldati. Alla fine di ogni verso si chiede: When will they ever learn?
Quando impareranno, finalmente?
Dai soldati nascono tombe, sulle tombe crescono nuovi fiori, che nuove ragazze colgono e danno a nuovi soldati, i quali vanno di nuovo in guerra, e così via all’infinito.
Joan Baez canta la disperazione per il fatto che tutto continua sempre così, o meglio ricomincia sempre da capo, benché si conosca questo girotondo di guerra e si sappia quanto siano terribili le guerre – eppure tutto ciò non serve a nulla. La canzone è semplice; canta, con parole semplicissime, l’incapacità umana di imparare dalle catastrofi.
Durante la guerra del Vietnam la grande Joan Baez volò in Vietnam con la sua chitarra e si mise – cantando – davanti ai carri armati. Per questo divenne, ed è ancora oggi, un’icona del movimento per la pace americano, che vorremmo esistesse ancora oggi. Una donna bella e coraggiosa, l’idolo di un paese che un tempo si considerava la “Land of freedom and liberties”, e che purtroppo da tempo non lo è più.
Le implicazioni americane nell’attuale guerra in Ucraina sono ormai evidenti e innegabili, anche se è stata la Russia ad aver formalmente iniziato questa guerra. Si vorrebbe una Joan Baez a Kyiv, che canti ancora una volta sul Majdan – questa canzone e molte altre delle sue meravigliose canzoni per la pace.
Ho scelto questa canzone soprattutto perché descrive proprio quel girotondo di guerra, quella tragedia del ricominciare sempre da capo, come se la guerra appartenesse all’esistenza umana, come se non potesse essere evitata né fermata, come se fosse quasi fatale nella sua ripetizione, perché se ne impari qualcosa, ma gli esseri umani non vogliono – o non possono? – imparare (When will they ever learn?
).
Questo non poter o non voler imparare è tanto più tragico in quanto fu proprio il progetto europeo a essere fondato sulle macerie e sulle ceneri delle guerre europee dal 1918 al 1945, con quella stessa missione, quel mantra: “Mai più guerra!”.
Che proprio l’Europa, la UE, abbia ora preso ciecamente le parti dell’Ucraina, che gli Stati della UE vogliano forse, tramite la NATO, intervenire attivamente nelle ostilità in autunno, invece di appendere la bandiera blu con dodici stelle e colombe della pace a tutti i balconi da Lisbona a Helsinki e di organizzare in tutte le città europee dei flash mob con l’“Inno alla gioia” di Beethoven – tutto ciò indica piuttosto un tradimento dell’idea europea che non una difesa, da parte dell’Europa, dei propri valori nella guerra in Ucraina, come comunemente si afferma.
“Tutti gli uomini diventano fratelli”,
recita l’inno europeo.
Anche i russi fanno parte degli esseri umani!
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