
Non ci sono più ministri della guerra
Il classico di Nena „99 Luftballons“ dipingeva con lungimiranza sul muro il pericolo di una guerra scoppiata per errore.
Se oggi si sente il nome della cantante Nena, si drizzano le orecchie. Per molti è una complottista del Covid, che ha osato smarcarsi dalla falange dei benpensanti. Per altri è un’eroina proprio per il suo impegno a favore della libertà artistica — come una delle poche personalità note.
Ma se si chiede quali siano le canzoni politicamente impegnate dell’artista, ne viene in mente soprattutto una. È la sua più celebre: „99 Luftballons“. Il brano è, nei contenuti, più eloquente di quanto la semplice melodia lascerebbe supporre. Dopo l’avvistamento nel cielo di palloncini scambiati dai vertici militari per UFO — anche questo dettaglio fa oggi rizzare le orecchie — i militari riducono il mondo in macerie e cenere. All’epoca uno scenario del genere sembrava relativamente lontano. Ma come stanno le cose oggi?
Original
„Neunundneunzig Kriegsminister
Streichholz und Benzinkanister
Hielten sich für schlaue Leute
Witterten schon fette Beute
Riefen: ‚Krieg!‘ und wollten Macht
Mann, wer hätte das gedacht
Dass es einmal so weit kommt.“
Übersetzung
„Novantanove ministri di guerra
Fiammifero e tanica di benzina
Si credevano gente scaltra
Fiutavano già un lauto bottino
Gridarono: ‚Guerra!‘ e vollero il potere
Ehi, chi l’avrebbe mai pensato
Che un giorno si arrivasse a tanto.“
A causa di 99 Luftballons.
La cantante Nena è stata una delle pochissime artiste dell’area di lingua tedesca a schierarsi dalla parte della pace durante il regime Corona. Comprese che la presunta lotta contro la pandemia aveva assunto dimensioni belliche contro il popolo. Di conseguenza si rifiutò di aderire agli appelli alla „Krieg gegen das Virus“, come venivano lanciati da Die Toten Hosen fino a Roland Kaiser. Al contrario: in occasione di una grande manifestazione a Kassel contro le misure anti-Corona, Nena ringraziò gli attivisti e le attiviste.
Con la sua netta presa di posizione la cantante tracciò un arco che andava dalle manifestazioni di massa contro il riarmo della NATO dei primi anni Ottanta fino alle centinaia di migliaia di persone che negli ultimi due anni sono scese in piazza per i diritti fondamentali e contro l’obbligo vaccinale.
La canzone „99 Luftballons“ uscì all’inizio di gennaio del 1983. Era la risposta di Nena alla cosiddetta doppia decisione della NATO, che portò sul continente europeo, in particolare in Germania e in Italia, missili a media gittata a testata nucleare (Pershing II) e missili da crociera (Cruise-Missiles). Con la doppia decisione della NATO, gli USA rafforzarono, per mezzo dell’alleanza nordatlantica da loro guidata, la propria presenza militare nell’Europa occidentale. I Cruise-Missiles sarebbero in seguito diventati una delle armi più impiegate in tutte le guerre condotte dal Pentagono negli ultimi 40 anni.
Dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica e dell’Organizzazione del Patto di Varsavia nel 1991, l’alleanza militare transatlantica amplia passo dopo passo il proprio raggio d’azione. Sempre più paesi vengono incorporati nella struttura della NATO. Ancora prima del primo intervento fuori area contro la Jugoslavia nel marzo del 1999, il numero degli Stati membri crebbe da 16 a 19; Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria si ritrovarono, appena un decennio dopo la fine dei regimi comunisti, in guerra – contro Belgrado. Nel 2004 l’allargamento a est della NATO prese poi un enorme slancio: sette nuovi paesi dell’Europa orientale aderirono all’alleanza guerriera. Alla fine del 2022 se ne aggiunsero altri quattro, così che l’alleanza è nel frattempo cresciuta fino a 30 Stati.
Fu in particolare la Germania, sotto la cancelliera Angela Merkel, a frenare questo passo di allargamento. Dopo la fine del suo mandato – e il contemporaneo avvicendamento del personale a Washington – furono bellicisti e belliciste a occupare le poltrone ministeriali a Berlino. All’avanzata della NATO in direzione della Russia, nuovamente rilanciata da Joe Biden, non vollero più opporre nulla. Una dichiarazione di garanzia per un’Ucraina neutrale, richiesta da Mosca, non trovò ascolto nella Cancelleria tedesca. E la capo-diplomatica tedesca – a questa definizione quasi si ribella la tastiera – in una conferenza stampa congiunta con il suo omologo ucraino fece sapere al governo di Kiev, due settimane prima (!) dell’invasione russa contraria al diritto internazionale: „Siamo al fianco dell’Ucraina.“
Nel frattempo, armi provenienti da quasi tutti gli Stati della NATO – con l’eccezione dell’Ungheria – inondano i campi di battaglia ucraini, dove vengono impiegate contro le truppe russe. Mese dopo mese si confezionano nuovi pacchetti con materiale militare sempre più numeroso e sempre più letale; informazioni dei servizi segreti statunitensi e combattenti provenienti da Paesi della NATO integrano la macchina bellica occidentale.
Ciò che manca è un'ampia protesta contro questa guerra. Il movimento pacifista si indebolisce. All'epoca in cui Nena scrisse la sua canzone „99 Luftballons“, centinaia di migliaia di persone scesero in piazza.
Perfino nella neutrale Austria 70.000 persone si radunarono davanti al municipio di Vienna, e il movimento penetrò in profondità nelle strutture politiche dei partiti affermati. Dalla „Junge Generation“ dell’allora ancora „Sozialistische Partei Österreichs“, passando per la „Katholische Jugend“, le associazioni femminili cristiane e i gruppi sindacali, fino ai movimenti alternativi e verdi allora in via di fondazione, molte persone erano in piedi per dire „No“ alla spirale del riarmo innescata dalla NATO.
Allora le figure di riferimento dei Verdi tedeschi si chiamavano Petra Kelly e Gert Bastian, e si consideravano del tutto naturalmente parte del movimento per la pace. Oggi al loro posto ci sono Robert Habeck e Annalena Baerbock, che non solo sono diventati parte della macchina bellica della NATO, ma la alimentano in modo decisivo. La CDU/CSU e i liberali non riuscirebbero, senza questa forza propulsiva verde, a portare sulla via della guerra il pubblico tedesco, per decenni incline alla pace.
I socialdemocratici, a loro volta, seguono le orme dei loro antenati russofobi, che riattivano la Russia e „i russi“ come immagine del nemico proprio quando converrebbe non farlo. „Nell’ora del pericolo non abbandoniamo la nostra patria“: con questa parola d’ordine il gruppo parlamentare della SPD al Reichstag approvò, il 4 agosto 1914, la dichiarazione di guerra imperiale contro la Russia. Il veterano socialdemocratico August Bebel aveva già dettato la linea anni prima.
Durante un congresso di partito a Essen, a metà settembre 1907, si schierò dietro a un discorso antirusso del suo compagno di partito Gustav Noske, il futuro macellaio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, e affermò:
Se si arrivasse a una guerra con la Russia, che considero nemica di ogni cultura e di tutti gli oppressi non solo nel proprio paese, ma anche come il nemico più pericoloso in assoluto dell’Europa e specialmente per noi tedeschi, (…) allora io, vecchio ragazzo, sarei ancora pronto a mettermi il fucile in spalla e a partire in guerra contro la Russia. Si può anche riderne, ma per me quella parola è tremendamente seria.
Bebel non poté più far seguire alle sue parole i fatti: morì un anno prima dello scoppio della Prima guerra mondiale.
Senza un forte movimento per la pace, che chieda un immediato cessate il fuoco, la fine delle forniture di armi all’Ucraina e la fine delle sanzioni contro la Russia, la morte continua.
„Neunundneunzig Jahre Krieg
Ließen keinen Platz für Sieger
Kriegsminister gibt’s nicht mehr
Und auch keine Düsenflieger
Heute zieh′ ich meine Runden
Seh′ die Welt in Trümmern liegen.“
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