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Simpatia per il diavolo
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Simpatia per il diavolo

Un ex soldato racconta come l'incontro con un ex «nemico» gli abbia messo davanti agli occhi l'assurdità della guerra — e in aggiunta consiglia una canzone degli Stones.

«Sympathy For The Devil» — il titolo di una delle canzoni più celebri dei Rolling Stones era altamente provocatorio già all’epoca della sua nascita. Come si può nutrire simpatia per il male? Diventa più comprensibile se si modifica il modo di dire così: «Simpatia per qualcuno che mi hanno fatto credere fosse il diavolo». Il nostro autore racconta qui del suo impiego come soldato nella guerra in Serbia. La sua testimonianza è preziosa, perché non ogni giornalista che si impegna per la pace conosce la guerra per esperienza diretta. Dopo la missione, in Serbia incontrò persone estremamente simpatiche — nessun odore di zolfo si faceva sentire. Un uomo avrebbe forse potuto ucciderlo durante le operazioni belliche, poiché entrambi combattevano sullo stesso terreno. Questa esperienza provocò un ripensamento. L’autore diede le dimissioni dal servizio militare. Una storia illuminante.

Pubblicato
3. dicembre 2022
Tempo di lettura
circa 6 min
Canzone
Sympathy for the Devil

Cadaveri e idioti sono i suoi prodotti principali. Io ho avuto fortuna: nella mia unica partecipazione fino ad oggi, la guerra fece di me il secondo. Come è consueto per gli idioti, mi è costato tempo riconoscere questa circostanza.

I’ve been around for a long, long year. Stole many a man’s soul and faith.

Dopo la maturità del 1998 mi lasciai attrarre dalla missione Stabilisation Force, in breve: SFOR, per la «stabilizzazione dell’ex Jugoslavia». Mi trascinò là perché, come coscritto dell’aeronautica, non sopportavo più lo spreco del mio tempo di vita che avveniva in patria. In quanto appartenente a una delle ultime leve di coscritti, dovetti sperimentare per oltre dieci lunghi mesi di servizio militare quanto poco questo Stato avesse bisogno del tempo di vita delle sue vittime di leva – e con quanta brutalità lo sprecasse per dimostrare il proprio potere. Retrospettivamente, questa esperienza contribuì probabilmente alla mia odierna diffidenza nei confronti delle istituzioni.

Dopo mesi di servizio d’ufficio (= attesa della fine del turno) mi presentai, in un misto di disperazione e voglia di avventura, al capo di stato maggiore del comando di divisione. Per ragioni che giustificherebbero un’altra storia, avevo ottenuto il mio inutile posto in questa unità di comando superiore. In ogni caso, chiesi ora una missione all’estero. Il capo di stato maggiore era un uomo intelligente e reagì alla mia richiesta con il tentativo di dissuadermi. Ma poiché ero fermamente deciso, alla fine si accontentò di convincermi di una destinazione in cui i pericoli di guerra sembravano ampiamente esclusi: una città fieristica dell’Italia settentrionale.

Da lì lo Stormo operativo 1 (EG 1) dell’aeronautica conduceva la sua missione di osservazione con appena due caccia del tipo Tornado. Faceva parte dell’EG 1 un piccolo gruppo di soldati addetti alla propaganda, il cui compito era la diffusione di notizie trionfalistiche all’interno della truppa e l’assistenza ai rappresentanti della stampa sul posto. Come subalterno di questo gruppo, mi trasferii dunque in un albergo a quattro stelle nell’Italia settentrionale. Sugli avvenimenti dell’Italia settentrionale sono tuttora obbligato al silenzio, sotto ogni sorta di minaccia di pena. Erano in parte sconcertanti e in parte ancora maggiore assurdi. Per me si conclusero con il conferimento di routine di una medaglia di servizio e con il pagamento di una somma, esorbitante per un neodiplomato, di indennità di pericolo.

L’essenziale di quegli eventi di allora è oggi generalmente noto. A me si rivelò per la prima volta nell’inverno 1998/99 attraverso l’espressione del viso degli equipaggi dei Tornado: questa missione di osservazione era guerra. All’epoca non doveva essere chiamata così. Fedeli al regime com’erano allora anche i mass media, essi sostenevano la menzogna della politica. E anch’io allora ritenevo che la logica della NATO di una missione di protezione degli albanesi del Kosovo contro l’aggressione serba fosse una buona cosa. L’ubriacatura dei piloti dopo la missione, la mancanza di armamento al termine dei loro voli di osservazione. Tutto ciò mi sembrava tanto duro quanto inevitabile. Per una giusta causa.

But what’s confusin’ you is the nature of my game.

Quella sera feci amicizia – grazie al nostro comune interesse per la figlia minore della casa – con un uomo della mia età. Era studente di giurisprudenza e attivo in politica. Un prossimo ingresso della Serbia nell’UE era il suo obiettivo.

Di questa prospettiva parlava con entusiasmo, con vera emozione. Dopo la devastazione della guerra, essa gli appariva il futuro desiderato del suo Paese. Sebbene pochi mesi prima fosse ancora stato dall’altra parte come soldato serbo. Imparai molto sulla preistoria del Kosovo, sulle devastazioni sia della guerra civile sia dei bombardamenti della NATO. Ma soprattutto imparai qualcosa sulla mia ingenuità. Quel tizio aveva tre anni più di me, ma con la sua esperienza di distruzione e nuovo inizio mi sembrava avanti di decenni. La mia stessa missione, come imboscato con letto in un albergo a quattro stelle, mi apparve ancora più assurda di prima.

Alla fine scoprimmo che quest’uomo, durante il mio stesso periodo di missione, prestava servizio come poliziotto militare a un ponte sul Danubio. Anche in una sera che ricordavo dalla mia partecipazione alla SFOR. In una sera in cui il suo ponte sul Danubio a Belgrado fu distrutto da un missile da crociera statunitense. Per un soffio, ma illeso, sfuggì allora alla morte. A una morte di cui io avrei portato sufficiente corresponsabilità. In quel momento tutta la mia allegria cedette il posto a un profondo sentimento di vergogna. La vergogna di me stesso e del fatto di essermi reso un perfetto idiota. No, conoscevo appena quest’uomo e non potevo avere alcuna certezza sulle sue azioni. Il mio giudizio su di lui si basava soltanto su una festa comune. Ma essa bastava per poter dire con sufficiente sicurezza: questo soldato serbo, il mio nemico, non era di minore raffinatezza e ragionevolezza di quanta ne avessi io nei miei momenti migliori. Fino ad oggi mi perseguita il fatto che io, idiota, sia scampato solo per un soffio e per caso alla complicità nel suo assassinio.

Or I’ll lay your soul to waste.“

Pensando a quella sera, poche settimane fa ho scritto alla Bundeswehr. Le ho comunicato che, di fronte alle spinte bellicistiche del nostro regime, rifiuto ogni ulteriore servizio come soldato. Nel mondo dei burocrati dell’esercito la mia affermazione è stata interpretata come una domanda di obiezione di coscienza. Mi hanno comunicato che essa sarà ora esaminata e che dovrò aspettarmi in merito una decisione da un altro ufficio. Tanto poco quanto questi burocrati tengono probabilmente in conto la mia comunicazione, tanto poco mi interessa la loro decisione. Se la possono infilare in quel luogo in cui già allora avrei dovuto piazzare il mio scarpone da combattimento (denominazione ufficiale). Un idiota la guerra non lo farà di me una seconda volta.

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Pubblicato per la prima volta su Manova www.manova.news/artikel/sympathie-fur-den-teufel