
Suoni contro cannoni
La canzone „Three Five Zero Zero“ dal musical „Hair“ mette in scena, in uno scenario utopico, la musica come forza contraria e costruttiva al militare.
Nel romanzo di Günter Grass, Oskar Mazerath faceva perdere il ritmo a una banda militare con il suo piccolo tamburo di latta. E il cantante belga Jacques Brel sosteneva che „nient’altro che una chanson“ potesse sconfiggere i tamburi di guerra. Anche nel celebre musical „Hair“ del 1968, che può essere considerato una protesta culturale contro la guerra del Vietnam, c’è una scena in cui la musica proveniente da un altoparlante getta nella più profonda confusione una formazione militare già schierata. Questa messa in scena testimonia soltanto un idealismo lontano dalla realtà? Oppure la musica può davvero far entrare il sole, quando l’orizzonte politico si è oscurato? Il musical e la sua trasposizione cinematografica firmata da Miloš Forman continuano comunque a ispirare fino a oggi. Una cosa è certa: se gli artisti, di fronte ad attacchi estremi alla pace e alla libertà come negli ultimi tre anni, sembrano aver pronunciato un voto di silenzio, allora non sono parte della soluzione, ma parte del problema.
Squarciati da esplosioni di metallo
Imprigionati nel filo spinato
Palla di fuoco
Il basso slap e il rullante schioccano come frustate, il beat funk avanza al passo cadenzato dei soldati. La chitarra distorta sfreccia come una sirena d’allarme o un razzo da destra a sinistra attraverso lo spazio stereofonico. Questo spettacolo acustico rimbomba a sorpresa da un grande altoparlante, mentre un generale galvanizza i suoi soldati verso la guerra – la guerra del Vietnam. Per lui sono solo una massa da muovere e da dirigere. A causa del frastuono che esce dall’altoparlante, il generale è costretto a interrompere il suo discorso; ribolle di rabbia, mentre i suoi sottoposti cercano invano di spegnere la musica assordante. I soldati ghignano, la loro disciplina sembra dissolversi improvvisamente nel nulla.
È una scena chiave del musical rock „Hair“, pubblicato nel 1967 e portato sullo schermo nel 1979 da Miloš Forman in modo assai suggestivo. Mostra ciò che accade quando ai comandanti sfugge di mano il controllo e i soldati scoprono ciò che davvero li attende in guerra.
Sparate sui muscoli
256 vietcong catturati
Il musical „Hair“ ha ripreso alcune frasi del lunghissimo poema „Wichita Vortex Sutra“ di Allen Ginsberg, che critica apertamente la guerra del Vietnam. Pare che Ginsberg abbia dettato spontaneamente il testo a un registratore, mentre attraversava Wichita a bordo di un pulmino VW dando libero sfogo alla sua rabbia contro la guerra. Se sia stato ricompensato dai realizzatori del musical „Hair“ per quei versi, non è dato sapere.
Il numero 3550 offre in ogni caso molto materiale per le speculazioni: alcuni sostengono che sia il numero di GI morti alla settimana – o al mese? Chi può dirlo?
Ma 3500 è anche il numero dei Marines statunitensi che nel 1965 rafforzarono i 23.000 americani già di stanza in Vietnam, facendo così ulteriormente degenerare la guerra. Altri ancora ipotizzano un parallelismo con un’arma impiegata nella guerra del Vietnam, che aveva una gittata massima di 3.500 metri. Forse la tesi più probabile è quella secondo cui qui si allude ai 3.446 neri linciati, che trovarono la morte tra il 1882 e il 1968. Razzismo e guerra non sono in fondo che due diverse manifestazioni di un male fondamentale dell’umanità, ossia l’incapacità o la mancanza di volontà di risolvere i conflitti per via diplomatica.
Ascoltai questa canzone per la prima volta poco prima della mia udienza in tribunale come obiettore di coscienza, dove pure mi sembrava di trovarmi in un film. Lì dovetti rispondere a domande come, per esempio, cosa avrei fatto se di notte, in un parco, un russo avesse violentato la mia ragazza e io avessi avuto un’arma con me. E se non fosse un problema per me trovarmi in minoranza come obiettore di coscienza. Non capii nemmeno quest’ultima domanda – ma forse, di fronte a quella scena grottesca, ero solo con la mente alla canzone „Three Five Zero Zero“, che dopo i ritmi funk in staccato si trasforma in un gospel swingante e sembra ora prendersi ironicamente gioco degli affari della guerra. La forza delle molte gole sembra dirci: possiamo porre fine alla follia, purché siamo abbastanza numerosi.
Prigionieri a Niggertown
È una sporca piccola guerra
3-5-0-0
Prendete le armi e cominciate a uccidere
Three Five Zero Zero – non c’è quasi guerra in cui non si possa trovare un numero come questo. In Afghanistan morirono 3.500 soldati stranieri, in totale ci furono oltre mezzo milione di morti. Nella guerra in Iraq, solo nell’anno 2006, secondo le Nazioni Unite furono uccisi 35.000 civili; l’intera guerra provocò, secondo uno studio di Lancet, 655.000 vittime civili:
Six Five Five
Zero Zero Zero.
Oppure lo Yemen: lì, dal 2014, sono morte a causa della guerra circa 350.000 persone.
A causa della propaganda bellica di entrambe le parti non si trovano cifre attendibili al riguardo, ma una moltiplicazione per cento del numero delle vittime non è irrealistica.
La canzone, vecchia di oltre 50 anni, è dunque immutata nella sua attualità in un’epoca in cui i soli Stati Uniti investono già 2,5 miliardi di dollari negli armamenti – e per giunta ogni giorno!
Two Five
Zero Zero Zero
Zero Zero Zero
Zero Zero Zero.
Già durante il mio periodo di servizio civile l’umanità aveva accumulato armi sufficienti a cancellare se stessa più volte. Non voglio nemmeno sapere quante volte oggi, cioè 45 anni dopo, potremmo annientarci completamente. Il concetto già di per sé discutibile della deterrenza militare è andato completamente fuori controllo. Essa sembra ormai scatenata quanto il partito dei Verdi, che in origine, quando io sedevo in tribunale per la mia obiezione di coscienza, era nato dal movimento pacifista. Lo confesso – scesi in strada con loro, quando i Verdi ai tempi di Petra Kelly chiedevano lo scioglimento dei blocchi militari occidentale e orientale e rifiutavano l’appartenenza tedesca alla NATO. All’epoca accarezzavo l’idea di iscrivermi al partito dei Verdi.
Al più tardi negli anni Novanta, tuttavia, l’un tempo partito della pace aveva perso la sua innocenza pacifista, quando Daniel Cohn-Bendit chiese l’intervento militare a Sarajevo e la Germania, sotto il ministro degli Esteri Joschka Fischer, partecipò sia alla guerra del Kosovo sia a quella dell’Afghanistan. Resta un mistero come i Verdi abbiano potuto compiere una giravolta di 180 gradi su temi un tempo cari al partito, come il pacifismo, l’autodeterminazione o il rifiuto dell’ingegneria genetica, senza andare in pezzi: nessun altro partito spinge attualmente tanto verso la guerra e ha inveito tanto contro i non vaccinati contro il COVID, che si voleva costringere ad assumere terapie a base di ingegneria genetica. Come può nascere e durare la pace in una società senza tolleranza, empatia e libertà individuale?
Nel film „Hair“ la musica dall’effetto sovversivo viene ridotta al silenzio in modo marziale: i poliziotti militari sparano sull’altoparlante finché questo, ridotto a brandelli, cade dal palo. La musica muore sotto una pioggia di proiettili.
Come giornalista musicale in attività da 30 anni, sento dolorosamente la mancanza delle vostre voci. Dove siete?
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La canzone in originale
