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Un monumento per la pace
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Un monumento per la pace

Invece di saltare a ogni bastoncino che i potenti ci porgono, dovremmo percorrere la nostra strada in modo autodeterminato e il più gioioso possibile. La cultura ci aiuta in questo.

Ci sono canzoni che ti restano per tutta la vita. Ci sono concerti che non si dimenticano mai. Che si tratti dell’esibizione di Prince nell’intervallo del Super Bowl, dove durante il suo grandioso brano „Purple Rain“ cominciò persino a piovere, o dei concerti di Roger Waters, dove su enormi schermi vengono affrontati temi politici come l’incarcerazione di Julian Assange o il genocidio a Gaza — esibizioni come queste dimostrano: l’arte è spesso più grande della vita stessa, eppure a essa sempre legata. Per l’autore anche la stravagante versione dell’inno nazionale statunitense di Jimi Hendrix fu un grande momento della storia della cultura. Il maestro della chitarra fece risuonare a Woodstock la guerra e la distruzione, lanciando così un segnale per la pace.

Pubblicato
21. febbraio 2026
Tempo di lettura
circa 6 min
Canzone
The Star Spangled Banner (National Anthem)
Interprete
Jimi Hendrix
Album
Woodstock – Music from the Original Soundtrack and More, 1969

Anche film come „Time Bandits“ e „Brazil“ di Terry Gilliam o una mostra di Ai Weiwei possono, in questo senso, togliere il fiato e, nel migliore dei casi, mettere le cose nella giusta proporzione. Quanto spesso ci si agita per i piccoli ostacoli che dobbiamo affrontare ogni giorno, invece di reagirvi con serenità. Inalare l’arte con intensità può senz’altro aiutare ad affrontare la quotidianità in modo più rilassato. Dichiarazione dei redditi, automobilisti scortesi, politici smemorati della storia … Che importa. Grandi, ma anche piccole meraviglie sui palcoscenici, nei musei o dovunque, possono accrescere la voglia di vivere, se si riesce a portare con sé la forza di queste esperienze, a conservarle nella memoria e, nel migliore dei casi, a custodirle nel cuore fino al successivo culmine culturale.

Una simile performance fu anche l’esibizione di Jimi Hendrix al festival di Woodstock del 1969. Soprattutto la sua versione dell’inno nazionale americano – distorta, sporca, accusatoria. Ciò che in quei quattro minuti esplose di forza sfrenata e concentrata fu spettacolare. Senza fuochi pirotecnici, senza spettacolo di laser. Un uomo, una chitarra – that’s it. La critica ai rapporti di potere esistenti, la violenza inflitta ad altri paesi dall’egemone America, il ribrezzo per la guerra del Vietnam, tutto questo Hendrix lo racconta in quattro minuti di assolo di chitarra. La performance divenne un monumento alla pace e alla giustizia ed è ancora oggi un disperato grido primordiale contro la guerra e la distruzione.

Proprio di questa forza dovremmo diventare consapevoli quando entreremo nel prossimo round degli sforzi di pace nazionali e internazionali. Sulle istituzioni politiche non si può più contare. Lo sappiamo. Dovremmo quindi agire di conseguenza e non fingere sempre di nuovo che le elezioni cambino qualcosa. Nessun governo, e questo vale da decenni, ha interesse per i propri cittadini e le proprie cittadine. Anche questo lo sappiamo. Che si pronunci e si viva ora così senza mezzi termini la „distorsione orwelliana“ – la guerra è pace, la pace è guerra – è, nella sua radicalità, soltanto coerente. Un ulteriore passo verso strutture totalitarie, anche questo lo sappiamo.

Questo mucchio di marionette desolate al servizio di Big Pharma, Big Tech e dell’industria degli armamenti non contribuirà in nulla a rendere questo mondo più pacifico. Dobbiamo occuparcene noi stessi. Dedichiamo loro quindi la minor attenzione possibile.

L’arte può essere un tassello importante per esprimere sempre di nuovo nuove visioni. Questo vale nonostante il fatto che la fiducia nella categoria degli operatori culturali abbia sofferto molto dal 2020. E a ragione! Ma ci sono stati e ci sono: i giusti, quelli che uniscono il talento a un messaggio. Ci sono i grandi nomi, leggende come Roger Waters, Joan Baez o appunto Jimi Hendrix, impensabili da separare dal DNA del movimento pacifista.

Ma ci sono anche musicisti e artisti meno noti, non meno dotati, meravigliosi, che non hanno peli sulla lingua nel portare il loro messaggio nel mondo.

Nella mia prossima Friedennote presento l’artista Alais Clay dalla Colombia, che ho conosciuto in Messico al congresso THE PEOPLE’S RESET – è una di quelle. Alais, come tutti gli altri musicisti che ho incontrato lì, ha creato senza parole, solo attraverso il suo essere, una consapevolezza di quanto tutti funzioniamo in modo simile, per quanto diversi siamo, una volta che ci siamo decisi per la pillola rossa.

Se poi, nonostante tutte le ferite e le delusioni degli ultimi anni, riuscissimo a restare aperti verso l'altro, a vedere l'essere umano e non la sua funzione, e a dimostrare con l'esempio che l'empatia è possibile proprio nella vita di tutti i giorni, avremmo già ottenuto molto.

Allora una cosa diventa sempre più chiara: non abbiamo bisogno delle istituzioni politiche, perché ci danneggiano più di quanto ci giovino.

Facciamo dunque come ha sempre raccomandato una delle mie più importanti eroine del secolo scorso: facciamoci il mondo come piace a noi!

Senza paura, decentralizzati nella quotidianità, connessi a livello nazionale e internazionale, con umorismo e con la voglia della vita analogica – così arriveremo di certo più in fretta a uno stato di appagamento, di gioia, forse persino di euforia, che potrebbe sostenerci nei prossimi anni.

Andiamo all’attacco, sempre di nuovo, sempre pacificamente, con le spade più affilate che abbiamo: apertura, umorismo e cuore.

Una piccola aggiunta a titolo personale

Un tema quasi dimenticato e da anni pressoché ignorato dalla società è la neutralità di un paese, che può essere una via verso la pace. Non come la Svizzera – meglio. Perché anche se la Svizzera stessa non manda soldati in Afghanistan o in altre zone di guerra, guadagna comunque bene dai conflitti internazionali. Per avviare questo necessario dibattito, Uli Gellermann, Arnulf Rating e io abbiamo chiesto a 35 autrici e autori di riflettere su questo tema. Il risultato lo trovate nel libro „Deutschland neutral! Mit Sicherheit für Frieden“.

Con contributi di Wolfgang Bittner, Amalia Bredehorn, Mathias Bröckers, Dietrich Brüggemann, Diether Dehm, Roberto De Lapuente, Wolfgang Effenberger, Tino Eisbrenner, Jens Fischer Rodrian, Lisa Fitz, Jürgen Fliege, Uli Gellermann, Rolf Gössner, Ulrike Guérot, Gabriele Gysi, Madita Hampe, Oskar Lafontaine, Albrecht Müller, Hermann Ploppa, Dirk Pohlmann, Arnulf Rating, Nicolas Riedl, Hauke Ritz, Alexa Rodrian, Walter van Rossum, Werner Rügemer, Michael Sailer, Wolfgang Schwarz, Ekkehard Sieker, SIERA, Kayvan Soufi-Siavash, Uwe Soukup, Markus Stockhausen, Gwendolin Walter-Kirchhoff e Flavio von Witzleben.

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Deutschland neutral! Mit Sicherheit für Frieden

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Pubblicato per la prima volta su Manova www.manova.news/artikel/ein-mahnmal-fur-den-frieden

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